Discussioni e riflessioni su Diritto e Società - Novità giurisprudenziali e approfondimenti in materia di diritto e giustizia
mercoledì 23 dicembre 2009
LA MOBILITA' PRECEDE IL CONCORSO
mercoledì 9 dicembre 2009
La condotta colposa del...pedone!
giovedì 3 dicembre 2009
RISARCIBILI I DANNI DEL CONIUGE TRASPORTATO, ANCHE SE COMPROPRIETARIO DEL VEICOLO
lunedì 30 novembre 2009
IL DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI DEL PROCEDIMENTO TRIBUTARIO
mercoledì 25 novembre 2009
Obbligo PEC per i professionisti
Il servizio di PEC consiste in un sistema di comunicazione elettronica che, grazie alle sue caratteristiche di tracciabilità ed inviolabilità, rende il messaggio e-mail “certificato” equivalente, nella sostanza, alla tradizionale raccomandata A/R, garantendo oltre alla certezza della comunicazione anche un costo nettamente inferiore. La posta elettronica certificata (PEC) è stata disciplinata con il DPR 11 febbraio 2005, n.68, che la definisce come un sistema di trasmissione di documenti informatici nel quale è fornita al mittente la documentazione elettronica che attesta l’invio e la consegna dei documenti.
lunedì 16 novembre 2009
LA CASSAZIONE CONFERMA: L'ACCESSO AI PUBBLICI IMPIEGHI SOLO PER CONCORSO
Secondo i giudici di legittimità, "le disposizioni legislative censurate prevedono ipotesi di accesso ai pubblici impieghi che derogano palesemente al criterio del concorso pubblico. Ciò vale sia per coloro che, non essendo stati assunti ab origine mediante concorso, vengono stabilizzati mediante apposita procedura selettiva riservata (art. 4, comma 1), sia per coloro che, invece, vengono stabilizzati senza doversi sottoporre a tale procedura, avendo già in precedenza superato una selezione pubblica (art. 4, comma 2). Nel primo caso, ..il carattere interamente riservato della procedura contraddice la natura pubblica del concorso, la quale esige invece che la selezione sia aperta alla partecipazione degli esterni e abbia natura comparativa. Nel secondo caso, il previo superamento di una qualsiasi "selezione pubblica", presso qualsiasi "ente pubblico", è requisito troppo generico per autorizzare una successiva stabilizzazione senza concorso, perché la norma non garantisce che la previa selezione avesse natura concorsuale e fosse riferita alla tipologia e al livello delle funzioni che il personale successivamente stabilizzato è chiamato a svolgere".
Dopo aver rimarcato che "in questo caso non vengono censurate norme che consentono di assumere senza concorso personale di fiducia del titolare dell'organo politico per il solo tempo in cui questi resta in carica; ma ..norme che stabilizzano successivamente in ruolo..", la Corte precisa che "Dalle funzioni del personale di diretta collaborazione degli organi politici.. non è "desumibile [...] alcuna peculiarità che possa giustificare una prevalenza dell'interesse ad una sua stabilizzazione [...] rispetto a quello di assicurare l'accesso all'impiego pubblico dei più capaci e meritevoli" (sentenza n. 81 del 2006). Al contrario, la stabilizzazione del personale degli uffici di diretta collaborazione non solo non è funzionale al buon andamento dell'amministrazione, ma contrasta con la specifica funzione cui questo personale deve assolvere, cioè quella di consentire al titolare dell'organo politico di avvalersi di personale nominato intuitu personae. La stabilizzazione di questa specifica categoria di personale, infatti, come questa Corte ha chiarito, impedirebbe ai titolari degli organi politici nella successiva legislatura "di potersi valere, per la durata del mandato, di collaboratori di loro fiducia", diversi cioè da quelli stabilizzati, "se non accettando che il nuovo personale così assunto si aggiunga ad essi, con inevitabile aggravio del bilancio regionale" (sentenza n. 277 del 2005).
mercoledì 4 novembre 2009
Sentenza choc da Strasburgo: il crocifisso vada fuori dalle classi scolastiche
La sentenza europea di condanna nei confronti dell’Italia, sul tema della presenza dei crocifissi sulle pareti delle aule scolastiche e, più in generale, all’interno degli edifici pubblici quali, ad esempio, i Palazzi di Giustizia, non tiene conto delle valide motivazioni giuridiche esposte dai vari Tribunali amministrativi regionali ed ordinari italiani, in questi ultimi anni nel corso dei quali, l’argomento in questione, è stato più volte sottoposto al vaglio della nostra magistratura. L’orientamento uniforme e costante sia dei nostri Tribunali amministrativi sia dei magistrati ordinari, chiamati a valutare la legittimità o meno di conservare la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche e negli edifici pubblici, è stato quello favorevole al mantenimento dell’affissione del più importante simbolo della cristianità, non disconoscendo per questo il carattere “laico” dello Stato Italiano. Si segnala la recentissima sentenza di un magistrato umbro ove si evidenzia che “...Non sussiste alcun atto discriminatorio per motivi religiosi nei confronti di un insegnante da parte di un dirigente scolastico nel caso in cui quest’ultimo, dando esecuzione alla volontà più volte espressa dagli alunni, abbia imposto nella classe il crocifisso. Tale comportamento, lungi dal configurarsi come discriminatorio, deve piuttosto essere interpretato alla luce dell’esigenza di garantire il pluralismo culturale e religioso, la coscienza morale e religiosa, invitando anche i docenti al rispetto della volontà espressa dal consiglio di classe".(Tribunale Terni, 24 giugno 2009)
Dal canto loro anche i Tribunali Amministrativi, competenti giuridicamente per la materia, chiamati a pronunciarsi sulla rimozione del crocifisso, hanno sempre concordato sulla legittimità dell’affissione del crocifisso affermando che “...Il provvedimento che dispone la collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche non lede la libertà di insegnamento, né viola il principio della laicità dello Stato. La visibilità dei simboli religiosi all'interno degli edifici scolastici pubblici trova la sua fonte in consuetudini radicate, rilevanti finché condivise da quanti utilizzano a vario titolo detti edifici. L'autonomia delle singole istituzioni scolastiche consente alle stesse di trovare all'interno del proprio ambito, attraverso il coinvolgimento democratico di insegnanti, studenti e genitori, negli appositi organismi rappresentativi, la soluzione del problema della presenza o no del crocifisso nelle aule scolastiche". (così T.A.R. Lombardia Brescia, 22 maggio 2006)
La Suprema Corte di Cassazione, a sezioni unite, in merito allo spinoso argomento, ha precisato che “L'art. 33 d. lgs. n. 80 del 1998, come sostituito dall'art. 7 l. n. 205 del 2000, nel testo risultante da C. cost. n. 204 del 2006 (e con le puntualizzazioni contenute in C. cost. n. 191 del 2006) attribuisce, nella materia dei pubblici servizi, al giudice amministrativo la giurisdizione esclusiva se in essa la pubblica amministrazione agisce esercitando il suo potere autoritativo (ovvero si avvale della facoltà riconosciutale dalla legge di adottare strumenti negoziali in sostituzione del potere autoritativo). Deriva, da quanto precede, pertanto, che è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la controversia avente ad oggetto la contestazione della legittimità dell'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche, avvenuta - in mancanza di una espressa previsione di legge impositiva dell'obbligo - sulla base di provvedimenti dell'autorità scolastica conseguenti a scelte dell'amministrazione.” (Cassazione civile, sezioni unite, 10 luglio 2006, n. 15614)
In breve, per la Suprema Corte di Cassazione, la giurisdizione del giudice amministrativo sussiste tutte le volte che il ricorrente chieda la rimozione di un provvedimento amministrativo illegittimo, a nulla rilevando che da tale provvedimento siano derivati danni a diritti fondamentali della persona, precisando, altresì, che il simbolo del crocifisso anche per i non credenti esprime in forma sintetica valori civilmente rilevanti, posti a fondamento del nostro ordinamento (tolleranza, rispetto dei diritti e delle libertà della persona, solidarietà, non discriminazione) e che, quindi, l'esposizione di tale simbolo, nelle aule scolastiche, in quanto propugnazione dei suddetti valori laici non viola il principio di laicità dello Stato (che è anche esso principio fondamentale del nostro ordinamento).
Deve oltremodo segnalarsi la pronuncia certamente più importante ed esplicativa sull’argomento e che contiene le argomentazioni giuridiche più valide a sostegno del mantenimento del simbolo del crocifisso nelle aule scolastiche nonché negli edifici pubblici e che proviene dal Consiglio di Stato, massimo organo di Giustizia amministrativa in Italia, il quale, in una sua recente sentenza ha puntualizzato che “ ..Il principio di laicità proprio dello Stato italiano non comporta l'illegittimità delle determinazioni delle autorità scolastiche di esporre il crocefisso nelle aule di insegnamento, attesa, da un canto, la relativa indeterminatezza di contenuto di detto principio, che ha trovato differenziate realizzazioni nelle diverse nazioni e, d'altro canto, soprattutto perché il crocefisso, esposto al di fuori dei luoghi di culto e, in particolare, in ambienti educativi, non assume significato discriminatorio sotto il profilo religioso, ma rappresenta e richiama, in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo), l'origine religiosa di valori civilmente rilevanti, e segnatamente di quei valori che ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile, quali i valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. ( Consiglio di Stato, sezione VI, 13 febbraio 2006, n. 556 che conferma Tar Veneto, sez. III, n. 1110 del 2005).
giovedì 8 ottobre 2009
Infortunio all’oratorio: il minore non è sempre risarcito
La Cassazione con sentenza n. 20743 del 28 settembre 2009 non ha riconosciuto le ragioni dei genitori di un minore che durante una partita di calcetto organizzata dall’oratorio, a causa di un’azione di gioco irregolare, si era trovato con gli incisivi e le ossa del naso rotti.
I Giudici di legittimità hanno escluso la responsabilità del circolo parrocchiale motivando la decisione sulla base di una precedente pronuncia (Cass. n. 15321/2003) secondo cui «in materia di risarcimento danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo subito da uno studente all'interno di una struttura scolastica, organizzatrice di una partita di calcio, ai fini della configurabilità di responsabilità a carico della scuola stessa ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola circostanza di aver fatto svolgere tra gli allievi una gara sportiva, in quanto è necessario che il danno sia conseguenza di un comportamento colposo integrante un fatto illecito, posto in essere da altro studente, impegnato nella partita ed inoltre che la scuola, in relazione alla gravità del caso concreto, risulti non aver predisposto tutte le misure atte ad evitare i danni. Nella vicenda in esame è pacifico, per quanto risulta dall'impugnata decisione e per quanto asserito dagli stessi ricorrenti, che l'infortunio in questione avvenne durante “una normale azione di gioco”, per “caso fortuito” e del tutto prescindendo da un comportamento colposo di altro allievo partecipante alla gara sportiva; inoltre, sulla base di circostanze di fatto,(…) “nessun'appunto può essere mosso agli organizzatori della partita e nessuna specifica violazione può essere contestata al sorvegliante, essendosi il sinistro verificato per un normale fallo di gioco, evento prevedibile in una partita di calcio ma certo non prevenibile in alcun modo da parte dell’organizzatore”».
martedì 6 ottobre 2009
Danno all'immagine se si nega la frequenza a corsi di formazione
La risposta dell'azienda era che nessun altro lavoratore ne aveva fatto richiesta. La sentenza del giudice di secondo grado, confermata completamente dalla Suprema corte, specificava che il danno si componeva di tre diverse lesioni: alla professionalità specifica, all'immagine e alla vita di relazione. (Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza 11 settembre 2009 n. 19682)
Ricezione dell’atto da parte del portiere del condominio
Così Cass. Sezione III, sentenza 31 agosto 2009 n. 18897 - Si ricorderà che secondo una giurisprudenza consolidata, la mancanza della suddetta prova contraria da parte del destinatario comporta l’applicazione alla notifica della disciplina prevista dal comma 2 dell’articolo 139 del Cpc e non di quella speciale prevista dal comma 4 dello stesso articolo, relativa alla notificazione a persone diverse dal destinatario. È stato, quindi, ribadito che non basta, al fine di vincere la presunzione legale, né la circostanza che l’addetto alla ricezione eserciti, altresì, le funzioni di portiere dello stabile, né una dichiarazione scritta resa dal destinatario della notifica di non avere conferito alcun incarico, in relazione alla ricezione degli atti, trattandosi di dichiarazione proveniente dallo
stesso soggetto avente interesse alla invalidazione della notifica (Cassazione 24798/2005).
martedì 29 settembre 2009
L'ABUSO DEL DIRITTO: GLI ELEMENTI COSTITUTIVI
Criterio rivelatore della violazione dell'obbligo di buona fede oggettiva è quello dell'abuso del diritto, i cui elementi costitutivi, ricostruiti attraverso l'apporto dottrinario e giurisprudenziale, sono i seguenti:
1) la titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto;
2) la possibilità che il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate;
3) la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto secondo modalità censurabili rispetto ad un criterio di valutazione, giuridico od extragiuridico;
4) la circostanza che, a causa di una tale modalità di esercizio, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrifico cui è soggetta la controparte.
venerdì 25 settembre 2009
Convegno
Normative, tecnologie, innovazione, organizzazione
per l'efficienza e trasparenza nella PA
Venerdì 9 ottobre 2009 - 9.15 - 13.15
Roma, Villa Miani - Salone delle Feste
Il quadro normativo e gli sforzi del governo sono orientati sempre più verso una forte introduzione dell'IT nella PA come presupposto per migliorare la trasparenza ed ottenere una riduzione di tempi e di costi.
Tuttavia la struttura informatica ed organizzativa della PA stenta ad individuare ed adottare l'organizzazione e gli strumenti che rendano effettivi questi indirizzi: come conseguenza il livello di efficienza percepibile da parte di cittadini ed imprese non ha ancora registrato una progressione corrispondente alle risorse investite.
La recenti misure introdotte nel decreto 185 "anticrisi" a fine 2008 (Art.16 e 16 bis Legge 28 gennaio 2009, n. 2), allo scopo di ridurre i costi amministrativi a carico di cittadini ed imprese, costituiscono un forte contributo per un'ampia diffusione degli strumenti necessari per la riorganizzazione dei processi di servizio che rendano l'Italia sempre più protagonista dell'innovazione amministrativa in Europa.
Forum PA, la Fondazione Siav Academy, Poste Italiane ed Accenture ripropongono anche quest'anno, nella cornice classica di Villa Miani a Roma, l'evento che rappresenta un must sulla tematica per autorevolezza dei partecipanti e per il successo delle quattro precedenti edizioni.
Il convegno sarà l'occasione per un attento esame su dematerializzazione, firma digitale, posta elettronica certificata, fatturazione elettronica, accesso alle reti, interoperabilità e trasparenza dei procedimenti e del rapporto con i cittadini, oltre che sugli altri argomenti introdotti o modificati dalle più recenti normative.
Cosa cambia con la gestione elettronica dei flussi documentali? Quali sono le nuove condizioni tecnico-giuridiche che rendono possibile passare dalla carta al digitale, e quali quelle in discussione? Quali sono le concrete esperienze e i risultati di efficienza e riduzione dei costi di importanti settori della PA che hanno seguito questo processo di innovazione? Quali le metodologie per le best pratices e per la individuazione delle eccellenze? Quali sono i nuovi strumenti normativi? Quali sono le opportunità legate alla rapida diffusione dell'indirizzo telematico per professionisti, cittadini ed imprese? Quali i problemi ancora da risolvere?
La partecipazione al Convegno è gratuita, ma è obbligatoria l'iscrizione on line.
PROGRAMMA
9.15 Registrazione partecipanti e welcome coffee
9.45 Apertura Lavori
Modera
Carlo Mochi Sismondi, Direttore Generale FORUM PA
Interventi
Fabio Pistella, Presidente CNIPA
La gestione dei flussi documentali come strumento di reingegnerizzazione dei processi amministrativi
Pierluigi Ridolfi, Università degli Studi di Bologna
Il panorama normativo aggiornato alla L. 18 giugno 2009 n. 69: le novità che contano
Maria Grazia Pastura, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Tra cartaceo e digitale: la conservazione degli archivi e il ruolo dei Beni Culturali
Agostino Ragosa, Vice President Chief Information Office Poste Italiane
Poste Italiane nell'era Digitale: dai servizi tradizionali alla Digital Company
Alberto Masini, Industry Manager Settore Pubblico Microsoft Italia
Dematerializzazione e servizi al cittadino: Citizen Service Platform
Alfieri Voltan, Presidente Siav
e-Government: strumenti per misurare i comportamenti eccellenti
Angelo Italiano, Public Service Managing Director Italia Accenture
Digitalizzare: infinito presente
Mennato Possemato, Generale Guardia di Finanza (*)
L'innovazione percorre le vie digitali della penisola: la Guardia di Finanza consolida il proprio ruolo di guida nell'ambito della Comunità Digitale nazionale ed europea
Olivia Brizzi, D.C. per la riorganizzazione dell'Istituto Banca d'Italia
La realizzazione in Banca d'Italia del progetto di gestione documentale digitale
Francesco Brizio, Presidente CSI Piemonte
La Dematerializzazione al servizio dei cittadini, e non solo: alcune esperienze pratiche in Piemonte
13.15 Conclude i lavori
Renato Brunetta, Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione
venerdì 11 settembre 2009
Commette falso chi timbra e lascia ufficio
Il caso esaminato faceva riferimento ad alcuni lavoratori di un consorzio di bonifica calabrese che “inducendo in errore il caposquadra avevano fatto risultare la loro presenza sul posto di lavoro mentre si ritrovano altrove in una lunga serie di giornate lavorative”. Contro la sentenza di condanna emessa, prima dal tribunale di Paola e poi dalla corte di Appello di Catanzaro, i lavoratori avevano fatto ricorso in Cassazione, puntando su una precedente pronuncia della Suprema Corte (n. 15983 dell’11 aprile 2006) che aveva escluso il reato di falso da parte del pubblico ufficiale.
Tuttavia, nel caso specifico – osservano i giudici – “non si tratta di liberi professionisti che devono fornire un risultato ma di dipendenti che devono fornire puntualmente una prestazione di lavoro”. Pertanto è da ritenere che i lavoratori dipendenti concorrano nel reato di falso ideologico commesso dai soggetti ai quali la pubblica amministrazione ha affidato la funzione di attestare l’orario di lavoro dei dipendenti”. “L’atto in cui si è concretizzato il fatto reato, (…) sia per la qualifica del soggetto che lo ha posto in es-sere, che con riferimento alla sua natura è un atto pubblico”.
martedì 8 settembre 2009
IL PROBLEMA DEL NOVELLAME FRA NORMA STATALE E REGOLA COMUNITARIA IMMEDIATAMENTE APPLICABILE
Secondo la Corte, occorre distinguere il caso in cui la norma comunitaria interviene in bonam partem, da quello in cui interviene in malam partem: nel primo caso, ha efficacia immediata, con la conseguente disapplicazione, totale o parziale delle norme penali interne eventualmente incompatibili (Cass. sez. 3, 1.7.1999, Valentini); nel secondo caso l'applicazione immediata della norma comunitaria si ha solo se, nel rispetto del principio di legalità, l'eterointegrazione incide soltanto sulla definizione del fatto, senza introdurre nuove fattispecie incriminatrici".
martedì 1 settembre 2009
Vietati i social network ad arbitri di basket ed affini
Nella sua direttiva d'inizio stagione, contenente le norme di comportamento per la stagione che va a cominciare, Tola ha vietato in modo assoluto ad arbitri, ufficiali e istruttori di rilasciare dichiarazioni anche a mezzo e-mail oppure su siti internet. E soprattutto, «divieto di partecipare a gruppi di discussione come quelli di ultima generazione (dei quali Facebook in Italia è il più diffuso, ndr), mailing list, forum, blog e tantomeno di esprimere giudizi sull'operato dei collghi e di qualsiasi altro tesserato della Fip, salvo espressa autorizzazione del presidente del Cia».
La cancellazione da mailing list, siti internet e Facebook dovrà essere, come Tola dice espressamente nella direttiva, definitiva. E a questo punto, dato che neanche nel calcio si è ardito arrivare a tanto, nasce spontanea una domanda: dove finisce l'arbitro di basket e dove comincia la comune persona che lo interpreta? Perchè se un arbitro può anche dover osservare la riservatezza, quando si toglie divisa e fischietto riacquista tutti i diritti di qualsiasi altra persona. Dunque, anche quello di utilizzare come meglio crede Internet con tutti gli annessi e connessi.
O no?
martedì 28 luglio 2009
La Corte Costituzionale in tema di Lottizzazione abusiva si pronuncia
ANNO 2009
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Francesco AMIRANTE Presidente
- Ugo DE SIERVO Giudice
- Paolo MADDALENA “
- Alfio FINOCCHIARO “
- Alfonso QUARANTA “
- Franco GALLO “
- Luigi MAZZELLA “
- Gaetano SILVESTRI “
- Sabino CASSESE “
- Maria Rita SAULLE “
- Giuseppe TESAURO “
- Paolo Maria NAPOLITANO “
- Giuseppe FRIGO “
- Alessandro CRISCUOLO “
- Paolo GROSSI “
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 44, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), promosso dalla Corte di appello di Bari, nel procedimento penale a carico di Maria Rosaria Volpe ed altri, con ordinanza del 9 aprile 2008 iscritta al n. 272 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell'anno 2008.
Visti gli atti di costituzione di Vito Chiarappa ed altri, di Nunzio Rocco Parente ed altri, di Antonio Caputo ed altri nonché l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell'udienza pubblica del 23 giugno 2009 il Giudice relatore Ugo De Siervo;
uditi gli avvocati Massimo Luciani, Pasquale Medina e Aurelio Gironda per Nunzio Rocco Parente ed altri, Franco Coppi e Aurelio Gironda per Vito Chiarappa ed altri, Pasquale Medina e Aurelio Gironda per Antonio Caputo ed altri e l'avvocato dello Stato Giuseppe Albenzio per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto in fatto
1 – Con ordinanza del 9 aprile 2008, pervenuta a questa Corte il 21 luglio 2008, la Corte di appello di Bari, prima sezione penale, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, «nella parte in cui impone al giudice penale, in presenza di accertata lottizzazione abusiva, di disporre la confisca dei terreni e delle opere abusivamente costruite anche a prescindere dal giudizio di responsabilità e nei confronti di persone estranee ai fatti».
La disposizione censurata stabilisce che venga disposta la confisca dei terreni abusivamente realizzati e delle opere abusivamente costruite, con la sentenza definitiva del giudice penale che accerta esservi stata lottizzazione abusiva. Il giudice a quo premette che la confisca, in forza della oramai consolidata giurisprudenza di legittimità, deve venire ordinata, ove si sia accertata la lottizzazione abusiva, «anche in ipotesi di proscioglimento degli imputati con formula diversa da quella per cui il fatto non sussiste persino per beni appartenenti a persone estranee all'accertamento penale».
Nel giudizio a quo si procede, tra l'altro, in relazione al reato di lottizzazione abusiva: in punto di rilevanza della questione, il rimettente afferma che «l'epoca di consumazione dei reati e la circostanza che la quasi totalità degli imputati non abbia rinunciato alla prescrizione, rende altamente probabile, all'esito del giudizio – senza che ciò valga come anticipazione della soluzione di merito, in questo momento doverosamente non spendibile – la pronuncia di improcedibilità dell'azione per intervenuta estinzione del reato».
Ad essa dovrebbe seguire, sulla base della regola sopra ricordata, l'applicazione della confisca.
Quanto alla non manifesta infondatezza, la Corte rimettente si interroga, in primo luogo, sulla natura della confisca, che la più recente giurisprudenza di legittimità avrebbe qualificato in termini di sanzione amministrativa, anziché di «sanzione penale/misura di sicurezza». Tale qualificazione pare erronea al giudice a quo, sulla base di alcuni indici sintomatici.
Anzitutto, il giudice penale si troverebbe ad esercitare una «funzione suppletiva» rispetto alla pubblica amministrazione, in assenza di una «espressa e dettagliata previsione di legge» che gliela attribuisca; per di più, tale funzione coprirebbe, a parere della Corte rimettente, un'area più vasta rispetto all'ipotesi di acquisizione di diritto al patrimonio comunale delle aree lottizzate, prevista dall'art. 30, commi 7 ed 8, del d.P.R. n. 380 del 2001, ciò che non parrebbe compatibile con la natura meramente amministrativa della sanzione. In secondo luogo, alla Corte rimettente pare significativo che la confisca trovi disciplina nell'art. 44 del d.P.R. n. 380 del 2001, intitolato “sanzioni penali”: se ne dovrebbe dedurre che il legislatore delegato, senza con ciò oltrepassare i limiti della delega, avrebbe attribuito “natura penale” alla confisca.
A riprova di tale conclusione, infine, il giudice a quo si richiama alla decisione di ricevibilità della Corte europea dei diritti dell'uomo nel caso Sud Fondi s.r.l. e altri contro Italia, ricorso n. 75909/01, ove si è ritenuto che la confisca prevista dalla disposizione impugnata costituisca una pena ai sensi dell'art. 7 della Convenzione. Sulla base di tali elementi, il giudice a quo ritiene che la confisca in questione sia una “sanzione penale”, conclusione che, egli aggiunge, si impone all'interprete in forza della predetta pronuncia della Corte di Strasburgo.
Pertanto, una volta affermata la natura penale della confisca, appare alla Corte rimettente di dubbia legittimità costituzionale che essa possa venire disposta «a prescindere dal giudizio di responsabilità e nei confronti di terzi estranei al reato», in contrasto con i principi di «uguaglianza, della riserva penale di legge e di personalità della responsabilità penale», enunciati dagli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione.
2. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.
L'Avvocatura, dopo essersi soffermata sulle origini storiche e sulla natura del reato di lottizzazione abusiva, sottolinea che sia la lettera dell'art. 44 impugnato, sia la giurisprudenza di legittimità formatasi su di essa depongono univocamente per la natura amministrativa della sanzione della confisca: essa, infatti, non avrebbe carattere repressivo, ma sarebbe finalizzata «a rendere il territorio conforme al programmato assetto urbanistico, impedendo che i terreni abusivamente lottizzati possano essere oggetto di ulteriore sfruttamento». Tale finalità obiettiva e reale giustificherebbe l'applicazione della sanzione anche in danno dei terzi di buona fede acquirenti delle opere lottizzate, che avranno azione di risarcimento deidanni in sede civile: oggetto della confisca sarebbero, infatti, beni pericolosi, in quanto suscettibili di generare sfruttamento conseguente all'illecito. Inconferente sarebbe, viceversa, il richiamo alla decisione della Corte di Strasburgo, poiché essa costituirebbe non già una “sentenza” cui l'Italia debba conformarsi, ma una mera decisione di ricevibilità ancora «soggetta a variazione».
3. – Con tre separati, ma analoghi atti, si sono costituiti in giudizio taluni degli imputati del processo a quo, chiedendo l'accoglimento della questione.
Le parti premettono di essere state condannate in primo grado e di avere proposto appello, ai fini dell'assoluzione perché il fatto non sussiste; in subordine, esse hanno chiesto l'assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
In quest'ultima ipotesi, ovvero nell'ipotesi di estinzione del reato per intervenuta prescrizione, la conseguente confisca appare alle parti contraria alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo già richiamata dalla Corte rimettente: ne deriverebbe un contrasto non solo con gli artt. 3, 25 e 27 Cost., ma anche con l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 7 della CEDU e all'art. 1 del relativo Protocollo addizionale n. 1.
4. – Nell'imminenza dell'udienza pubblica il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria, eccependo l'inammissibilità della questione, e ribadendone l'infondatezza nel merito.
In primo luogo, la questione sarebbe inammissibile, poiché il rimettente non ha indicato quale parametro costituzionale l'art. 117, primo comma, Cost., che invece, sulla base della giurisprudenza di questa Corte, sarebbe il solo idoneo a «creare un ponte [..] tra la normativa nazionale e quella delle convenzioni internazionali».
Ulteriore ragione di inammissibilità sarebbe da ravvisarsi nella circostanza per cui il giudice a quo avrebbe sottoposto alla Corte un «mero problema interpretativo».
Nel merito, l'Avvocatura dello Stato ricostruisce l'evoluzione dell'istituto della confisca conseguente a lottizzazione abusiva, originariamente prevista dall'art. 19 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie), osservando che essa avrebbe trovato applicazione a prescindere dall'accertamento della penale responsabilità del reo, già quando la giurisprudenza era orientata a ritenerla «misura di carattere penale». In seguito, si sarebbe definitivamente affermata la qualificazione giuridica della confisca quale misura amministrativa, applicabile anche in danno dei terzi di buona fede: tale interpretazione sarebbe conforme all'art. 7 della CEDU, in quanto «coerente con la sostanza della violazione e ragionevolmente prevedibile». Da ultimo, a parere dell'Avvocatura, la Corte di cassazione, con la sentenza n. 42741 del 2008, avrebbe creato «una sorta di commistione tra l'orientamento giurisprudenziale nazionale e quello espresso a Strasburgo», ribadendo la natura amministrativa della confisca, ora disciplinata dalla norma oggetto, ma nel contempo escludendone l'applicabilità nei confronti dei terzi di buona fede.
Tuttavia, secondo l'Avvocatura, il persistente carattere amministrativo della confisca consentirebbe di escludere la necessità che essa possa venire applicata solo in danno di colui la cui responsabilità penale sia stata riconosciuta, giacché l'illecito amministrativo, posto a presidio di “interessi generali”, non soggiacerebbe ai principi costituzionali relativi ai reati. L'Avvocatura aggiunge che altre pronunce della Corte di cassazione avrebbero confermato il tradizionale orientamento circa l'applicabilità della confisca in danno dei terzi di buona fede.
Infine, l'Avvocatura riconosce che la Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza resa nel caso Sud Fondi s.r.l. e altri contro Italia del 20 gennaio 2009, ha affermato che la confisca costituisce sanzione penale ai sensi dell'art. 7 della CEDU, richiedendo, per essere applicata, «un legame intellettuale» tra lottizzazione e autore di essa, e ha ritenuto violato, nel caso di specie, anche l'art. 1 del Protocollo n. 1, poiché, anziché confiscare i terreni, «sarebbe stato sufficiente demolire le opere e dichiarare inefficace il progetto di lottizzazione»: a parere dell'Avvocatura, tale asserzione sarebbe contraddittoria e dimostrerebbe che «la normativa e la giurisprudenza, a livello interno ed a livello europeo, si muovono inevitabilmente su piani differenti», con la conseguenza che «la pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo non può essere assuntaacriticamente a base della decisione di costituzionalità».
5. – A propria volta hanno depositato memoria talune delle parti private costituitesi nel giudizio incidentale, insistendo per l'accoglimento della questione.
Esse osservano, in primo luogo, che tale questione deve ritenersi ammissibile, poiché il rimettente avrebbe descritto adeguatamente la fattispecie: la circostanza per cui il giudice a quo ha ritenuto «altamente probabile» l'adozione di una pronuncia di proscioglimento per intervenuta prescrizione non la renderebbe ipotetica, poiché, con tale formula, si sarebbe voluta evitare l'anticipazione del giudizio definitivo, pur individuando gli «elementi obiettivi» necessari per valutare la rilevanza.
Nel merito, le parti osservano che la confisca costituisce una sanzione penale, come desumibile sia dalla rubrica dell'art. 44 impugnato, sia dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, per la quale ad essa si applica l'art. 7 della Convenzione; si dovrebbe perciò ritenere superato il contrario orientamento della Corte di cassazione.
A questo punto, proseguono le parti private, la norma oggetto definirebbe «un caso tipico di sanzione scollegata dalla responsabilità accertata con una pronuncia di condanna». Il principio della personalità della sanzione penale sancito dall'art. 27 Cost. osterebbe a tale conseguenza, come sarebbe evidenziato anche dalla giurisprudenza di questa Corte relativa ad altre ipotesi di confisca obbligatoria.
Tale conclusione sarebbe rafforzata alla luce della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale la confisca prevista dalla norma impugnata violerebbe sia l'art. 7 della Convenzione, sia l'art. 1 del relativo Protocollo n. 1. Nonostante la rimettente non abbia invocato a parametro l'art. 117, primo comma, Cost., per «mero errore materiale», tale disposizione dovrebbe intendersi ugualmente richiamata.
Sarebbe poi violato l'art. 3 Cost., giacché la norma in oggetto, divergendo dall'art. 240 cod. pen., costituirebbe un «unicum che comporta un trattamento della fattispecie totalmente diverso da quello praticato alla generalità dei casi della vita che sono d'interesse del giudice penale»: irragionevole sarebbe, altresì, colpire con la confisca il patrimonio di «terzi estranei al reato». Infine, sarebbe lesa la riserva assoluta di legge in materia penale, poiché la norma non sarebbe ricavabile dal testo della legge, ma deriverebbe da un'interpretazione non letterale, estensiva e dunque imprevedibile.
Le parti concludono prospettando, in via subordinata, l'ipotesi di un rigetto della questione con una sentenza di tipo interpretativo.
Considerato in diritto
1. – La Corte di appello di Bari, prima sezione penale, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, «nella parte in cui impone al giudice penale, in presenza di accertata lottizzazione abusiva, di disporre la confisca dei terreni e delle opere abusivamente costruite anche a prescindere dal giudizio di responsabilità e nei confronti di persone estranee ai fatti».
La Corte rimettente procede avverso numerosi imputati, tra l'altro, di lottizzazione abusiva e, nella «altamente probabile» prospettiva che si debba giungere, tenuto conto dell'«epoca di consumazione dei reati», ad una pronuncia di non doversi procedere per estinzione del reatodovuta a prescrizione a carico di alcuni di essi, dubita della legittimità costituzionale della disposizione impugnata, che imporrebbe, per tale evenienza, di ordinare la confisca dei terreni abusivamente lottizzati e delle opere che vi siano state abusivamente costruite.
Infatti, il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, dal quale la rimettente prende le mosse, è nel senso che tale confisca abbia natura di sanzione amministrativa e debba venire applicata dal giudice penale, salva la sola ipotesi di assoluzione perché il fatto non sussiste, ogni qual volta questi abbia accertato la lottizzazione abusiva, sia nei confronti degli imputati prosciolti per altra causa, sia nei confronti di eventuali terzi estranei. Nel caso di specie, conseguentemente, il proscioglimento degli imputati a seguito di prescrizione comporterebbe l'applicazione della confisca, in danno sia di questi ultimi, «a prescindere dal giudizio di responsabilità», sia «nei confronti di persone estranee ai fatti».
Il rimettente ritiene che questo effetto discenda dalla natura amministrativa che si è inteso attribuire alla confisca e, al contempo, che talepresupposto non possa più essere condiviso. La misura di cui si tratta andrebbe invece considerata quale «sanzione penale/misura di sicurezza», alla luce sia della rubrica dell'art. 44 impugnato (“sanzioni penali”), sia di ragioni di carattere sistematico, sia, e soprattutto, della sopravvenuta pronuncia della Corte europea dei diritti dell'uomo sul ricorso n. 75909/01, Sud Fondi s.r.l. ed altri c. Italia, con quale, decidendo in punto di ricevibilità, si è ritenuto che la confisca conseguente a lottizzazione abusiva sia una “peine” ai sensi dell'art. 7 della CEDU (successivamente all'ordinanza di rimessione, tale asserzione è stata definitivamente ribadita con la sentenza, resa il 20 gennaio 2009, che ha deciso il merito del ricorso sul c.d. caso di Punta Perotti).
Una volta affermata la natura penale della confisca, appare alla Corte rimettente di dubbia legittimità costituzionale che essa possa essere disposta «a prescindere dal giudizio di responsabilità e nei confronti di terzi estranei al reato», giacché ciò contrasterebbe con i principi di «eguaglianza, della riserva penale di legge e della personalità della responsabilità penale» enunciati dagli artt. 3, 25, secondo comma, 27, primo comma, della Costituzione.
2. – In via preliminare va respinta l'eccezione di inammissibilità dell'intera questione proposta dall'Avvocatura dello Stato sulla base del rilievo per cui l'ordinanza di rimessione avrebbe pretermesso, fra i parametri del giudizio di costituzionalità, il riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., definito come «unica norma interposta che permette di creare un ponte, tramite il detto rinvio mobile, tra la normativa nazionale e quella delle convenzioni internazionali».
Anzitutto, è evidente che l'eventuale mancata deduzione di un parametro costituzionale da parte del giudice a quo avrebbe il solo effetto di escludere che il giudizio di questa Corte si basi su di esso, ma non potrebbe certamente determinare l'inammissibilità delle censure che siano state formulate, in forma compiuta, con riguardo ad altre disposizioni costituzionali.
Per l'ammissibilità della questione è sufficiente osservare che sono adeguatamente proposte censure aventi a parametro gli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, sulle quali la Corte è senz'altro chiamata a decidere.
D'altra parte, l'ordinanza fa chiaramente riferimento, in vari passaggi argomentativi, al contenuto del primo comma dell'art. 117 Cost., chiedendo la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 44, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, perché, riferendosi alla decisione CEDU del 30 agosto 2007 (decisione di ricevibilità sul ricorso n. 75909/01), ritiene che la confisca disciplinata dalla norma censurata abbia natura penale e non amministrativa e che, quindi, ciò contrasti con i citati parametri costituzionali relativi alla responsabilità penale.
3. – Il ricorso è, invece, inammissibile per una pluralità di altri motivi.
In primo luogo, la rimettente ha omesso una sufficiente descrizione della fattispecie soggetta al suo giudizio, impedendo così a questa Corte di verificare la rilevanza della questione di legittimità costituzionale: la disposizione impugnata, infatti, può trovare applicazione alla condizione che sia stato accertato, da parte del giudice, il fatto materiale della lottizzazione abusiva; sarebbe stato necessario, perciò, che la rimettente, pur a prescindere dall'esito del giudizio sulla responsabilità penale degli imputati, desse conto di tale elemento fattuale, in assenza del quale la confisca non potrebbe, in ogni caso, essere disposta.
In secondo luogo, la questione di costituzionalità è formulata esplicitamente, sia nella parte motiva dell'ordinanza di rimessione sia nel dispositivo di essa, con riguardo alla posizione degli imputati di cui non sia stata accertata la penale responsabilità, nel caso di specie per intervenuta prescrizione, e delle«persone estranee ai fatti»: soggetti, questi ultimi, che la rimettente ha cura di tenere distinti dai primi.
Né si può ritenere che tale distinzione abbia carattere arbitrario, poiché è perlomeno dubitabile che, al fine di esprimere un giudizio di personale responsabilità atto a giustificare, secondo il ragionamento della stessa rimettente, l'applicazione della confisca, si possano equiparare i terzi estranei agli imputati che, per quanto obiettivamente coinvolti nel fatto della lottizzazione abusiva, siano tuttavia stati prosciolti, non sussistendo le condizioni per pronunciare una sentenza di condanna nei loro confronti. Infatti, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, fra le sentenze di proscioglimento ve ne sono alcune che «pur non applicando una pena comportano, in diverse forme e gradazioni, un sostanziale riconoscimento della responsabilità dell'imputato o comunque l'attribuzione del fatto all'imputato medesimo» (sentenza n. 85 del 2008). In particolare, volendo riferirsi alla fattispecie propria del giudizio a quo, non si può affermare che siffatto «sostanziale riconoscimento», per quanto privo di effetti sul piano della responsabilità penale, sia comunque impedito da una pronuncia di proscioglimento, conseguente a prescrizione, ove invece l'ordinamento imponga di apprezzare tale profilo per fini diversi dall'accertamento penaledel fatto di reato.
Tuttavia, la rimettente, pur consapevole della distinzione appena tracciata, omette di precisare se, nel giudizio principale, la confisca andrebbe disposta nei confronti degli imputati prosciolti ovvero anche di terzi estranei. In tal modo, accomunando indistintamente due categorie di soggetti non necessariamente omogenee ai fini della risoluzione del dubbio di costituzionalità e mancando di specificare quale di esse sia interessata alla confisca nel caso concreto, il giudice a quo incorre nuovamente nel vizio di carente descrizione della fattispecie, che comporta l'inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza.
A tali rilievi, si aggiunga che la Corte rimettente, al fine di considerare quale misura di natura penale la confisca di cui all'art. 44, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, in difformità dalla dominante giurisprudenza di legittimità, ha utilizzato come fondamentale elemento interpretativo il contenuto della già ricordata decisione del 30 agosto 2007 della Corte europea dei diritti dell'uomo e, in particolare, la riconduzione ivi operata della confisca in parola ad una “pena”, ai sensi dell'art. 7 della Convenzione. Anche volendosi prescindere dal carattere autonomo dei criteri di qualificazione utilizzati dalla Corte di Strasburgo rispetto a quelli degli ordinamenti giuridici nazionali, deve notarsi che la specifica decisione cui il giudice a quo si riferisce è stata adottata con riguardo ad un caso nel quale non solo gli imputati non erano stati condannati, ma neppure era stato possibile determinarne in sede giurisdizionale una intenzionalità o colpa; pertanto, la Corte remittente, per giustificare l'estrapolazione, partendo dal precedente specifico della Corte di Strasburgo, di un principio di diritto che potesse costituire il fondamento del dubbio di costituzionalità, avrebbe dovuto argomentare in modo plausibile la analogia fra quel caso specifico e quello, non necessariamente identico, su cui era chiamata a giudicare.
Infine, va rimarcato che la rimettente, pur postulando che l'interpretazione dell'art. 44, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001 debba mutare a seguito della sopravvenuta giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, non trae da ciò alcuna conseguenza nell'esercizio dei propri poteri interpretativi, pur a fronte di una formulazione letterale della disposizione impugnata che, in sé, non appare precludere un siffatto tentativo.
Questa Corte ha espressamente affermato che, in presenza di un apparente contrasto fra disposizioni legislative interne ed una disposizione della CEDU, anche quale interpretata dalla Corte di Strasburgo, può porsi un dubbio di costituzionalità, ai sensi del primo comma dell'art. 117 Cost., solo se non si possa anzitutto risolvere il problema in via interpretativa.
Infatti «al giudice comune spetta interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò è permesso dai testi delle norme» e qualora ciò non sia possibile, ovvero dubiti della compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale “interposta”, egli deve investire questa Corte delle relative questioni di legittimità costituzionale rispetto al parametro dell'art. 117, primo comma» Cost. (sentenza n. 349 del 2007, par. 6 del Considerato in diritto; analogamente sentenza n. 348 del 2007, par. 5 del Considerato in diritto).
Spetta, pertanto, agli organi giurisdizionali comuni l'eventuale opera interpretativa dell'art. 44, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001 che sia resa effettivamente necessaria dalle decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo; a tale compito, infatti, già ha atteso la giurisprudenza di legittimità, con esiti la cui valutazione non è ora rimessa a questa Corte. Solo ove l'adeguamento interpretativo, che appaia necessitato, risulti impossibile o l'eventuale diritto vivente che si formi in materia faccia sorgere dubbi sulla sua legittimità costituzionale, questa Corte potrà essere chiamata ad affrontare il problema della asserita incostituzionalità della disposizione di legge.
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 44, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001,n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27, primo comma, della Costituzione, dalla Corte di appello di Bari con l'ordinanza in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 16 luglio 2009.
F.to:
Francesco AMIRANTE, Presidente
Ugo DE SIERVO, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 24 luglio 2009.
Il Cancelliere
F.to: MILANA
venerdì 10 luglio 2009
Il decoro ed il codice della strada...ma non solo...
Il quadro degli interventi
Nel cosiddetto pacchetto-sicurezza, per il cui completamento manca all'appello l'approvazione del disegno di legge sul processo penale (atto Senato n. 1440, attualmente all'esame della commissione giustizia di Palazzo Madama).
Altre due novelle, già in vigore, sono i decreti legge n. 11/09, sullo stalking, e n. 92/08 che non solo ha introdotto le prime misure contro l'immigrazione clandestina e un'altra serie di inasprimenti alle sanzioni per le violazioni al codice della strada, ma ha inciso anche sulla procedura penale. Qui è contenuta, infatti, la disposizione che consente la trattazione prioritaria dei processi per alcune tipologie di reato.
Tornando al provvedimento appena varato, quanto all'impatto sulla circolazione stradale va segnalata l'introduzione, piuttosto generalizzata, dell'aggravante notturna. Gran parte delle modifiche è infatti destinata a questa nuova, particolare, stretta: dalla guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, al superamento dei limiti di velocità, fino al mancato rispetto del semaforo rosso.
Senza qui entrare nei dettagli è singolare come il nostro ordinamento, per la prima volta, ospiti disposizioni che inaspriscono una misura deterrente, sanzione amministrativa pecuniaria o ammenda che sia, da un terzo alla metà del suo peso, quando il comportamento illecito è commesso in un determinato orario.
L'aggravante «temporale» si affianca così a quelle tradizionali, legate alle condizioni soggettive della vittima o dell'autore della violazione o alle circostanze di fatto.
Quanto alle singole disposizioni si segnala il nuovo articolo 34-bis del codice della strada che punisce con una sanzione da 500 a mille euro chi lancia rifiuti o oggetti dai veicoli in movimento. Una disposizione semplice che tuttavia potrebbe presentare qualche difficoltà di applicazione.
Come infatti emerge dalla lettura della tabella a lato, anche prima era prevista una sanzione da 23 a 92 euro – contenuta nell'articolo 15, lettera i), del codice – contro chi lancia oggetti da veicoli in movimento, e dunque la nuova norma si sovrappone a quella già esistente che non è stata abrogata: il dilemma, su quale sanzione applicare, è ancora tutto da chiarire.
Probabile che dopo la prima infrazione ne sapremo di più. Inoltre, il nuovo importo minimo (500 euro) è in linea con quanto indicato dall'altra disposizione del disegno di legge che impone ai sindaci di aggiornare i propri regolamenti con una sanzione, per chi «insozzi le pubbliche vie», non inferiore a 500 euro.
E' stato giudicata singolare l'introduzione dell'articolo 219-bis che di fatto estende il regime del ritiro della patente anche a chi è alla guida di una bici. Precisa la norma che «se il conducente è persona munita di patente», per le violazioni che impongono il ritiro, la sospensione o la revoca della patente, le stesse sanzioni si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo (nozione che comprende anche le bici) per il quale non è richiesta la patente.
Colpita anche la guida sotto l'influenza dell'alcol. In particolare, la modifica riguarda le sanzioni per i conducenti il cui tasso alcolemico sia superiore a 1,5 g/l (la condizione più grave tra le tre indicate dal codice). È qui prevista, oltre all'arresto e all'ammenda, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni. Ora il periodo di sospensione è raddoppiato nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato stesso.
Un ultimo intervento è quello alla disciplina il rilascio della patente e dei titoli abilitativi alla guida. Una delle novità dell'articolo 120, interamente riscritto dal disegno di legge, è l'introduzione di una sanzione pecuniaria, da mille a tremila euro, per chiunque rilasci titoli abilitativi alla guida a soggetti che non ne avrebbero diritto. Che sono: delinquenti abituali, persone sottoposte a misure di sicurezza o di prevenzione; condannate per alcuni reati; destinatari del divieto di conseguire la patente.
lunedì 6 luglio 2009
La legge sul nuovo processo civile è entrata in vigore
In virtù delle "disposizioni transitorie" le nuove norme si applicano ai giudizi instaurati dal 4 luglio in poi; mentre, sempre a partire dal 4 luglio u.s., si applicano immediatamente ai giudizi pendenti in primo grado solo alcune norme, fra le quali l'art. 132 (Contenuto della sentenza: che, prevede, fra l'altro, la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, eliminando la necessità dello "svolgimento del processo") e l'art. 345 (Domande ed eccezioni nuove: che, nel giudizio di appello, aggiunge all'inammissibilità di nuovi mezzi di prova, anche la impossibilità di produrre "nuovi documenti"), nonchè la disposizione secondo cui "la trascrizione della domanda giudiziale, del pignoramento immobiliare e del sequestro conservativo sugli immobili eseguita venti anni prima dell’entrata in vigore della presente legge o in un momento ancora anteriore conserva il suo effetto se rinnovata ai sensi degli articoli 2668-bis e 2668-ter del codice civile entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge".
martedì 2 giugno 2009
Al cittadino richiedente gratis una casella PEC
E' questa la novità introdotta dal D.P.C.M. 6 maggio 2009 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 25 maggio 2009, n. 119) con il quale si da attuazione all'art. 16-bis, commi 5 e 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185.
La PEC consentirà l'invio di documenti informatici per via telematica e permetterà ai cittadini di dialogare in maniera più veloce e sicura con le Pubbliche Amministrazioni le quali (ove già non lo fossero) dovranno dotarsi di un indirizzo email certificato.
DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 6 maggio 2009
Disposizioni in materia di rilascio e di uso della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini.
(GU n. 119 del 25-5-2009)
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Visto il decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, recante «Codice dell'amministrazione digitale» e successive modificazioni e, in particolare, gli articoli 1, 6 e 48;
Visto il decreto del Presidente della Repubblica dell'11 febbraio 2005, n. 68, «Regolamento recante disposizioni per l'utilizzo della PEC, a norma dell'art. 27 della legge del 16 gennaio 2003, n. 3»;
Visto il decreto del Ministro per l'innovazione le tecnologie 2 novembre 2005, «Regole tecniche per la formazione, la trasmissione e la validazione, anche temporale, della posta elettronica certificata»;
Visto il decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, nella legge 28 gennaio 2009, n. 2, recante «Misure urgenti per il sostegno alle famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anticrisi il quadro strategico nazionale»;
Visto, in particolare, l'art. 16-bis del medesimo decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, ai sensi del quale per favorire la realizzazione degli obiettivi di massima diffusione delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni ai cittadini che ne fanno richiesta e' attribuita una casella di posta elettronica certificata il cui utilizzo abbia effetto equivalente, ove necessario, alla notificazione per mezzo della posta;
Visto, inoltre, il comma 6 del medesimo art. 16-bis del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, che prevede che ogni amministrazione pubblica utilizzi unicamente la posta elettronica certificata con effetto equivalente, ove necessario, alla notificazione per mezzo della posta, per le comunicazioni e le notificazioni aventi come destinatari dipendenti della stessa o di altra amministrazione pubblica;
Visto, altresi', il comma 7 del citato art. 16-bis del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, ai sensi del quale con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all'art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, siano definite le modalita' di rilascio e di uso della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini, con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione, nonche' le modalita' di attivazione del servizio mediante procedure di evidenza pubblica, anche utilizzando strumenti di finanza di progetto;
Visto che il citato comma 7 dell'art. 16-bis del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 2, prevede che con il medesimo decreto di cui al comma 7 siano stabilite anche le modalita' di attuazione di quanto previsto al comma 6, nell'ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio delle stesse amministrazioni pubbliche;
Visto che, ai sensi dell'art. 16-bis, comma 8, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, agli oneri derivanti dall'attuazione del citato comma 5, si provvede mediante l'utilizzo delle risorse finanziarie assegnate, ai sensi dell'art. 27 della legge 16 gennaio 2003, n. 3, al progetto «Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese» con decreto dei Ministri delle attivita' produttive e per l'innovazione e le tecnologie 15 giugno 2004, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 150 del 29 giugno 2004, non impegnate alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto;
Visto il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE»;
Visto il proprio decreto 13 giugno 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 149 del 27 giugno 2008, recante delega di funzioni in materia di pubblica amministrazione ed innovazione al Ministro senza portafoglio, Renato Brunetta;
Ritenuto di dover individuare le modalita' di rilascio e di utilizzo della casella di posta elettronica certificata assegnata ai sensi dell'art. 16-bis, commi 5, 6 e 7 del citato decreto-legge n. 185 del 2008;
Acquisita l'intesa della Conferenza Unificata di cui all'art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281 e successive modificazioni, nella seduta del 29 aprile 2009;
Sulla proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione;
Decreta:
Art. 1.
Oggetto
1. Il presente decreto definisce le modalita' di rilascio e di utilizzo della casella di posta elettronica certificata assegnata ai cittadini ai sensi dell'art. 16-bis, commi 5 e 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, di seguito: «PEC», con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione ai sensi dell'art. 8 del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo n. 82 del 2005, nonche' le modalita' di attivazione del servizio mediante procedure di evidenza pubblica, anche utilizzando strumenti di finanza di progetto.
Art. 2.
Modalita' di attivazione e rilascio casella di PEC al cittadino
1. Al cittadino che ne fa richiesta la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie, direttamente o tramite l'affidatario del servizio, assegna un indirizzo di PEC.
2. L'attivazione della PEC e le comunicazioni che transitano per la predetta casella di PEC sono senza oneri per il cittadino.
3. Le modalita' di richiesta, di attivazione, di utilizzo e di recesso dal servizio di PEC sono definite nell'allegato A che costituisce parte integrante del presente decreto.
Art. 3.
Utilizzo della PEC per il cittadino
1. La PEC consente l'invio di documenti informatici per via telematica la cui trasmissione avviene ai sensi degli articoli 6 e 48 del citato codice di cui al decreto legislativo n. 82 del 2005, con gli effetti di cui all'art. 16-bis, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185.
2. Per i cittadini che utilizzano il servizio di PEC, l'indirizzo valido ad ogni effetto giuridico, ai fini dei rapporti con le pubbliche amministrazioni, e' quello espressamente rilasciato ai sensi dell'art. 2, comma 1.
3. Le modalita' e le procedure tecniche relative alla conoscibilita' dell'atto saranno precisate nell'ambito delle specifiche del servizio.
4. La volonta' del cittadino espressa ai sensi dell'art. 2, comma 1, rappresenta la esplicita accettazione dell'invio, tramite PEC, da parte delle pubbliche amministrazioni di tutti i provvedimenti e gli atti che lo riguardano.
Art. 4.
Modalita' di attivazione della PEC per le pubbliche amministrazioni
1. Le pubbliche amministrazioni, di cui all'art. 1, comma 2 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, istituiscono una casella di PEC per ogni registro di protocollo e ne danno comunicazione al CNIPA che provvede alla pubblicazione in rete consultabile per via telematica.
2. Le pubbliche amministrazioni, nell'adempiere a quanto previsto dall'art. 57, comma 1, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, includono gli estremi di eventuali pagamenti per ogni singolo procedimento.
3. Ai sensi dell'art. 54, comma 1, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, le pubbliche amministrazioni rendono disponibili sul loro sito istituzionale, per ciascun procedimento, ogni tipo di informazione idonea a consentire l'inoltro di istanze da parte dei cittadini titolari di PEC, inclusi i tempi previsti per l' espletamento della procedura.
4. Le pubbliche amministrazioni accettano le istanze dei cittadini inviate tramite PEC nel rispetto dell'art. 65, comma 1, lettera c), del decreto legislativo n. 82 del 2005. L'invio tramite PEC costituisce sottoscrizione elettronica ai sensi dell'art. 21, comma 1, del decreto legislativo n. 82 del 2005; le pubbliche amministrazioni richiedono la sottoscrizione mediante firma digitale ai sensi dell'art. 65, comma 2, del citato decreto legislativo.
Art. 5.
Procedura di scelta dell'affidatario
1. Per l'individuazione dell'affidatario, anche costituito in associazione temporanea d'impresa o consorzio, del servizio di PEC ai cittadini, la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie avvia le procedure di evidenza pubblica, anche utilizzando gli strumenti di finanza di progetto ai sensi del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE».
2. Nella procedura di cui al comma 1, la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie definisce le caratteristiche tecniche del servizio, i livelli di servizio garantiti, gli obblighi, anche informativi, dell'affidatario nonche' gli ulteriori servizi da mettere a disposizione, anche con specifico riferimento alle categorie a rischio di esclusione ai sensi dell'art. 8 del decreto legislativo n. 82 del 2005.
Art. 6.
Monitoraggio del servizio PEC
1. L'affidatario del servizio fornisce alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie e alle pubbliche amministrazioni, per quanto di competenza di ciascuna di esse, elementi quantitativi e qualitativi relativi alle pubbliche amministrazioni adempienti ed a quelle non adempienti, nonche' ogni altro elemento atto a verificare l'effettiva funzionalita', anche con riferimento ai tempi di espletamento delle procedure del servizio di PEC.
2. Tali elementi sono presi in considerazione ai fini della valutazione dei risultati conseguiti dalle pubbliche amministrazioni in base alle norme vigenti in materia.
Art. 7.
Accessibilita' degli indirizzi di PEC ai cittadini
1. L'affidatario del servizio di PEC ai cittadini di cui all'art. 6, comma 1, rende consultabili alle pubbliche amministrazioni, in via telematica, gli indirizzi di PEC di cui al presente decreto, nel rispetto dei criteri di qualita' e sicurezza ed interoperabilita' definiti dal CNIPA e nel rispetto della disciplina in materia di tutela dei dati personali di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.
Art. 8.
Diffusione e pubblicita' dell'iniziativa
1. La Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie cura la realizzazione di campagne di comunicazione volte a diffondere e pubblicizzare i contenuti dell'iniziativa e le modalita' di rilascio e di uso della casella di PEC ai cittadini, con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione ai sensi dell'art. 8 del decreto legislativo n. 82 del 2005.
Art. 9.
Comunicazioni tra pubbliche amministrazioni e dipendenti
1. I pubblici dipendenti, all'atto dell'assegnazione di una casella di PEC da parte dell'amministrazione di appartenenza, possono optare per l'utilizzo della stessa ai fini di cui all'art. 16-bis, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185.
2. Per adempire alle finalita' di cui all'art. 16-bis, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, le pubbliche amministrazioni ovvero altri soggetti pubblici da loro delegati o le loro associazioni rappresentative, mediante convenzione stipulata direttamente con la Presidenza del Consiglio dei Ministri -
Dipartimento per l'innovazione e le tecnologie o con l'affidatario del servizio, definiscono le modalita', nel rispetto della normativa vigente, con le quali viene attribuita la casella di PEC ai propri dipendenti.
Il presente decreto e' inviato ai competenti organi di controllo e sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
Roma, 6 maggio 2009
Il Ministro delegato per la pubblica amministrazione e l'innovazione Brunetta
--------------------------------------------------------------------------------
Allegato A
MODALITA' PER LA RICHIESTA, L'ATTIVAZIONE, L'UTILIZZO E IL RECESSO DEL SERVIZIO DI POSTA ELETTRONICA CERTIFICATA PER I CITTADINI
Modalita' di richiesta del servizio.
Qualunque cittadino italiano maggiorenne, compresi i cittadini residenti all'estero, puo' chiedere l'attivazione di un'utenza personale di posta elettronica certificata accedendo al sito dedicato al servizio di posta elettronica certificata per i cittadini (di seguito sito).
Sul sito sono evidenziate:
le regole per l'attivazione e l'utilizzo del servizio da parte del cittadino;
i requisiti tecnici per l'accesso al servizio;
le buone prassi per l'utilizzo del servizio in condizioni di massima sicurezza;
i manuali d'uso di riferimento.
Sul sito e' altresi' disponibile tutta la documentazione inerente le caratteristiche del servizio reso, gli obblighi contrattuali dell'affidatario del servizio e la normativa di riferimento.
Per effettuare la richiesta il cittadino inserisce in appositi campi i propri dati anagrafici comprensivi del codice fiscale; deve inoltre scegliere la password ovvero idonei sistemi di accesso sicuro al servizio. Il sistema verifica la coerenza dei dati, sulla base delle informazioni fornite.
La richiesta si perfeziona con l'attivazione mediante esplicita operazione con cui il cittadino dichiara di avere preso visione delle condizioni indicate e di averle espressamente accettate. La registrazione di tale operazione, confermata dalla successiva attivazione dell'utenza, costituisce evidenza, valida ai fini di legge, della volonta' del cittadino di aderire alle condizioni d'uso del servizio di posta elettronica certificata.
La fase di richiesta si conclude con la comunicazione del suo esito e, se positivo, con l'indicazione delle modalita' di attivazione.
Attivazione del servizio.
L'attivazione dell'utenza di posta elettronica certificata per i cittadini ha luogo presso uffici pubblici o aperti al pubblico largamente diffusi sul territorio e dotati di connessione telematica, la cui tipologia e localizzazione e' resa pubblica attraverso mezzi di comunicazione di massa. L'elenco di tali uffici e' inoltre reperibile sul sito di richiesta del servizio.
I cittadini possono recarsi presso gli uffici abilitati all'attivazione a partire dalla data comunicata dal sito all'atto della registrazione entro e non oltre tre mesi a partire da tale data, muniti di un documento di riconoscimento valido e del documento recante il codice fiscale.
L'ufficio abilitato effettua la verifica della correttezza dei dati identificativi collegandosi al sito e, nel caso di verifica positiva, provvede alla stampa della richiesta che viene firmata dal richiedente dando cosi' luogo all'attivazione del servizio, anche tramite la consegna delle credenziali di accesso al medesimo.
L'ufficio abilitato provvede inoltre ad informare il richiedente, in modo compiuto e chiaro, sulle condizioni d'uso del servizio.
Utilizzo del servizio.
Il cittadino deve utilizzare il servizio attenendosi alle modalita' operative ed alle regole indicate sul sito.
L'uso del servizio e' personale e riservato. Non e' consentito accedere ad un'utenza per conto di terzi o cedere la propria utenza a terzi.
La password per l'accesso al servizio deve essere mantenuta segreta e modificata periodicamente seguendo le regole pubblicate sul sito.
Il cittadino puo' richiedere, attraverso funzioni rese disponibili dal sito, la notifica dell'avvenuta ricezione di un messaggio di posta elettronica certificata, mediante comunicazione verso un altro indirizzo di posta elettronica da lui prescelto. L'affidatario del servizio puo' rendere disponibili, secondo regole predefinite, funzionalita' addizionali utili per la gestione della corrispondenza, quali la notifica tramite sms, l'invio di comunicazioni in formato cartaceo, l'inoltro dei messaggi verso altre caselle di posta elettronica, la conservazione delle e-mail a lungo periodo, ecc.
All'indirizzo di posta elettronica certificata del cittadino possono essere associati uno o piu' recapiti a cui inviare le comunicazioni in forma cartacea, nei casi previsti, nonche' numeri di telefono sia fissi che mobili, numeri di fax, indirizzi di posta elettronica ed ogni altro strumento utile per comunicazioni inerenti il servizio. In caso di variazione, e' compito e responsabilita' del cittadino aggiornare tali riferimenti, anche utilizzando gli appositi servizi telematici di gestione del suo profilo personale.
Possono altresi' essere resi disponibili servizi di gestione del fascicolo individuale digitale concernente gli atti amministrativi relativi al rapporto tra il cittadino e la pubblica amministrazione, nonche' altri servizi idonei ad assicurare una migliore funzionalita' della PEC. L'affidatario deve altresi' assicurare la gestione degli elenchi degli indirizzi di posta elettronica certificata rendendone disponibile la consultazione alle pubbliche amministrazioni.
L'affidatario deve mantenere traccia delle operazioni svolte sulla casella elettronica certificata ed adotta inoltre le opportune soluzioni tecniche organizzative che garantiscono la riservatezza, la sicurezza e l'integrita' nel tempo delle informazioni.
Recesso dal servizio.
In qualunque momento il cittadino puo' comunicare la sua volonta' di recedere dal servizio di posta elettronica certificata. La comunicazione e' effettuata, previa autenticazione, tramite un'apposita funzione del sito.
Il recesso comporta la cessazione del servizio e la conseguente cancellazione dagli elenchi contenenti gli indirizzi di posta elettronica certificata dei cittadini entro ventiquattro ore dall'avvenuta comunicazione del recesso.
In conseguenza del recesso, le comunicazioni tra il cittadino e la pubblica amministrazione si realizzano secondo le procedure tradizionali.
Danno cagionato da animali: responsabilità sussiste se è provato il nesso causale
giovedì 30 aprile 2009
Abrogato l’art. 60 del ddl sicurezza
Sopprimerlo.
*60. 1. Cassinelli, Mannucci.
L’On. Cassinelli ha commentato così: "Vi confesso che raggiungere questa soluzione (che è, senza dubbio, la migliore possibile) non è stato facile. È stata necessaria un’intensa attività, svolta insieme a me dagli amici Antonio Palmieri e Barbara Mannucci, per convincere i colleghi Deputati ed il Governo (hanno dovuto esprimere il proprio parere il Ministero dell’interno ed il dipartimento per le comunicazioni del Ministero dello sviluppo economico)".
mercoledì 22 aprile 2009
I LIMITI DI INTERESSE REGIONALE ALLA LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE DELLE LEGGI STATALI
A giudizio della Corte, dall'esame delle disposizioni di cui agli artt. 127, secondo comma, Cost., 2, primo comma, legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, 32 legge 11 marzo 1953, n. 87 e 39 della medesima legge n. 87 del 1953 "emerge come l'unico interesse che le Regioni sono legittimate a far valere sia quello alla salvaguardia del riparto delle competenze delineato dalla Costituzione; esse, pertanto, hanno titolo a denunciare soltanto le violazioni che siano in grado di ripercuotere i loro effetti, in via diretta ed immediata, sulle prerogative costituzionali loro riconosciute dalla Costituzione. Da ciò consegue che è in tale quadro - caratterizzato dalla necessità che l'iniziativa assunta dalle Regioni ricorrenti sia oggettivamente diretta a conseguire l'utilità propria, ovviamente, del tipo di giudizio che, di volta in volta, venga in rilievo - che deve es sere valutata la sussistenza dell'interesse ad agire, da postulare soltanto quando esso presenti le caratteristiche della concretezza e dell'attualità, consistendo in quella utilità diretta ed immediata che il soggetto che agisce può ottenere con il provvedimento richiesto al giudice» (sentenza n. 216 del 2008, punto 6, del Considerato in diritto)
lunedì 30 marzo 2009
L'INDENNITA' DI EFFETTIVA PRESENZA ANCHE NEI GIORNI DI RIPOSO COMPENSATIVO
Nel rigettare il ricorso presentato dell'azienda, la S.C. di Cassazione, Sezione lavoro, con sentenza 19 novembre 2008 - 10 marzo 2009, n. 5710, Presidente Ianniruberto, Relatore Cuoco, ha affermato la validità generale del principio già accolto nell'ambito del rapporto di lavoro del personale ferroviario, secondo cui “in consonanza con il precetto generale inderogabile degli artt. 2109 e segg. cod. civ. e 36 Cost. (che impone di considerare festivo un solo giorno della settimana anche allorquando l'orario di lavoro sia distribuito su 5 giorni) le disposizioni speciali di cui alla Legge n. 591 del 1969, al D.P.R. 9 novembre 1971 n. 1372, alla Legge 16 settembre 1977 n. 1188 ed al D.P.R. 23 giugno 1982 n. 374 (recante sostituzione del capo II del D.P.R. n. 1372 del 1971) evidenziano che ai lavoratori turnisti dev'essere attribuito un solo giorno di riposo settimanale e che da esso si devono distinguere i giorni di riposo compensativi, accordati a recupero delle maggiori prestazioni da essi settimanalmente rese per effetto, da un lato della concentrazione in 5 giornate dell'orario settimanale (di 36 ore) e dall'altro del superamento del limite di durata della prestazione giornaliera (in dipendenza dell'organizzazione del servizio in turni di lavoro di 8 ore per un totale di 40 ore la settimana), di modo che i giorni suddetti non possono considerarsi festivi od assimilarsi al giorno di riposo settimanale" (Cass. 14 giugno 2002 n. 8605; la decisione si pone nel solco di una corrente corposa, v. tra le altre, Cass. 12 luglio 2002 n. 10184, e Cass. 18 novembre 2002 n. 16234)
lunedì 16 marzo 2009
La Cassazione sugli autovelox occultati...
Il legale rappresentante della impresa S. C., ha presentato ricorso per cassazione avverso l’ordinanza in data 7 maggio 2008 del Tribunale di Cosenza con la quale era stata rigettata la richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso in data 10 aprile 2008 dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Paola e avente ad oggetto sette autovetture e tutti gli apparecchi di rilevamento della velocità (autovelox) di proprietà dell’impresa individuale S. C., beni Utilizzati per l’attività di rilevazione della velocità dei veicoli in transito nei comuni di Fiumefreddo Bruzio, Belmonte Calabro e Longobardi. Detta attività, secondo la tesi accusatoria, era intenzionalmente preordinata a trarre in inganno gli automobilisti, in contrasto con lo spirito della normativa in materia diretta a prevenire incidenti più che a reprimere.
Secondo il Tribunale, l’attuale formulazione dell’art.142 cod. str. (modif. dal D.L. 117 del 3 agosto 2007, conv. dalla legge n.160/2007) prevede che le postazioni di controllo debbano essere segnalate e ben visibili. Anche la circolare 3 agosto 2007 del ministero dell’Interno prescrive la segnalazione almeno 400 metri prima del punto in cui l’apparecchio di rilevamento della velocità era collocato. Il D.M.15 agosto 2007 e la circolare ministeriale dell’8 ottobre 2007 ribadivano l’esigenza di segnalare le postazioni di controllo con adeguato anticipo e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento. Dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria risultava invece che, nei tre comuni calabresi peri quali la S. C. era titolare della concessione per il noleggio delle apparecchiature autovelox, le apparecchiature in questione erano state ben occultate in autovetture spesso di proprietà del titolare il quale, ricevendo un compenso parametrato su ogni verbale di infrazione per il quale era riscossa la relativa sanzione, era interessato ad incrementare le riscossioni. Veniva pertanto ritenuto sussistente il reato di truffa, mentre il periculum in mora era individuato nei prevedibili ulteriori esborsi illegittimi da parte degli automobilisti sulla base di un rilevamento automatico della velocità così organizzato.
La Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile.lunedì 2 marzo 2009
PUBBLICO IMPIEGO: I VANTAGGI DEL SISTEMA DELLA DOPPIA TUTELA
Se l'impiegato contesta l'atto organizzativo generale lesivo (nella specie, provvedimento che eleva il numero di dirigenti esterni da assumere con contratto a termine di natura privatistica) deve anche contestare, in sede civile, l'atto gestionale attuativo?
No, secondo il CONSIGLIO DI STATO, SEZ. V che, con sentenza 13 febbraio 2009 n. 827, Pres. Iannotta, Est. Gianbartolomei, ha evidenziato che "nel sistema della doppia tutela escogitato dal legislatore per il personale pubblico che contesti atti di macroorganizzzione, la precettività del provvedimento generale assume una particolare valenza, tale che, una volta emanato l’atto gestionale attuativo (di natura negoziale, nella specie il provvedimento giuntale ed il relativo contratto di conferimento dell’incarico), e questo sia contestato nella sede propria, diviene indifferente che i soggetti che abbiano intrapreso la via dell’annullamento davanti al giudice amministrativo non abbiano personalmente instaurato anche il giudizio davanti al giudice civile".
mercoledì 18 febbraio 2009
IL PROBLEMA DELLA "NULLITA'" DEGLI ATTI AMMINISTRATIVI
a) manchi degli elementi essenziali;
b) sia viziato da difetto assoluto di attribuzione;
c) sia stato adottato in violazione o elusione del giudicato;
d) in tutti gli altri casi espressamente previsti dalla legge.
Sicchè, le cause di nullità del provvedimento amministrativo devono oggi intendersi quale numero chiuso (C. Stato, V, 28 febbraio 2006, n. 891).
mercoledì 21 gennaio 2009
Il chirurgo reperibile è obbligato ad intervenire senza sindacare telefonicamente
venerdì 16 gennaio 2009
Il diritto d’autore tutela i videogiochi
Post più popolari
-
SENTENZA N. 239 ANNO 2009 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE COSTITUZIONALE composta dai signori: - Francesco AM...
-
In una fattispecie di risarcimento danni da lesione della reputazione, asseritamente conseguente a diffusione di trasmissione televisiva, la...
-
Il soggetto che intende contestare la notifica di un atto a mezzo raccomandata e, in particolare, la veridicità della firma apposta sulla ri...
-
La confisca dei beni che costituiscono il prezzo del reato di corruzione non è possibile di fronte a una sentenza di «non doversi procedere ...
-
In una contesa sul diritto di accesso fra contribuente e Società Concessionaria della riscossione dei Tributi, il Tar Lazio-Sezione seconda,...
-
"Integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall'art. 615-ter co...
-
Si parla di ‘mobbing’ tutte le volte in cui nel luogo di lavoro si verificano situazioni relazionali o organizzative non corret...
-
Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 26 aprile 2010, n. 9916.- SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con sentenza 28 gennaio-4 febbraio 2005...
-
Cassazione civile Sentenza, Sez. III, 17/01/2008, n. 858 - La S.C., riconfermando i principi assolutamente predominanti in tema di responsab...
Legge 8 ottobre 2010, n. 170
Nuove norme in materia di disturbi specifici
di apprendimento in ambito scolastico (G.U. 18 ottobre 2010, n. 244)
Art. 1.
(Riconoscimento e definizione di dislessia,
disgrafia, disortografia e discalculia)
1. La presente legge riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana.
2. Ai fini della presente legge, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell'imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura.
3. Ai fini della presente legge, si intende per disgrafia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica.
4. Ai fini della presente legge, si intende per disortografia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nei processi linguistici di transcodifica.
5. Ai fini della presente legge, si intende per discalculia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell'elaborazione dei numeri.
6. La dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia possono sussistere separatamente o insieme.
7. Nell'interpretazione delle definizioni di cui ai commi da 2 a 5, si tiene conto dell'evoluzione delle conoscenze scientifiche in materia.
Art. 2.
(Finalità)
1. La presente legge persegue, per le persone con DSA, le seguenti finalità:
a) garantire il diritto all'istruzione;
b) favorire il successo scolastico, anche attraverso misure didattiche di supporto, garantire una formazione adeguata e promuovere lo sviluppo delle potenzialità;
c) ridurre i disagi relazionali ed emozionali;
d) adottare forme di verifica e di valutazione adeguate alle necessità formative degli studenti;
e) preparare gli insegnanti e sensibilizzare i genitori nei confronti delle problematiche legate ai DSA;
f) favorire la diagnosi precoce e percorsi didattici riabilitativi;
g) incrementare la comunicazione e la collaborazione tra famiglia, scuola e servizi sanitari durante il percorso di istruzione e di formazione;
h) assicurare eguali opportunità di sviluppo delle capacità in ambito sociale e professionale.
Art. 3.
(Diagnosi)
1. La diagnosi dei DSA è effettuata nell'ambito dei trattamenti specialistici già assicurati dal Servizio sanitario nazionale a legislazione vigente ed è comunicata dalla famiglia alla scuola di appartenenza dello studente. Le regioni nel cui territorio non sia possibile effettuare la diagnosi nell'ambito dei trattamenti specialistici erogati dal Servizio sanitario nazionale possono prevedere, nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, che la medesima diagnosi sia effettuata da specialisti o strutture accreditate.
2. Per gli studenti che, nonostante adeguate attività di recupero didattico mirato, presentano persistenti difficoltà, la scuola trasmette apposita comunicazione alla famiglia.
3. È compito delle scuole di ogni ordine e grado, comprese le scuole dell'infanzia, attivare, previa apposita comunicazione alle famiglie interessate, interventi tempestivi, idonei ad individuare i casi sospetti di DSA degli studenti, sulla base dei protocolli regionali di cui all'articolo 7, comma 1. L'esito di tali attività non costituisce, comunque, una diagnosi di DSA.
Art. 4.
(Formazione nella scuola)
1. Per gli anni 2010 e 2011, nell'ambito dei programmi di formazione del personale docente e dirigenziale delle scuole di ogni ordine e grado, comprese le scuole dell'infanzia, è assicurata un'adeguata preparazione riguardo alle problematiche relative ai DSA, finalizzata ad acquisire la competenza per individuarne precocemente i segnali e la conseguente capacità di applicare strategie didattiche, metodologiche e valutative adeguate.
2. Per le finalità di cui al comma 1 è autorizzata una spesa pari a un milione di euro per ciascuno degli anni 2010 e 2011. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente utilizzo del Fondo di riserva per le autorizzazioni di spesa delle leggi permanenti di natura corrente iscritto nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, come determinato dalla Tabella C allegata alla legge 23 dicembre 2009, n. 191.
Art. 5.
(Misure educative e didattiche di supporto)
1. Gli studenti con diagnosi di DSA hanno diritto a fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari.
2. Agli studenti con DSA le istituzioni scolastiche, a valere sulle risorse specifiche e disponibili a legislazione vigente iscritte nello stato di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, garantiscono:
a) l'uso di una didattica individualizzata e personalizzata, con forme efficaci e flessibili di lavoro scolastico che tengano conto anche di caratteristiche peculiari dei soggetti, quali il bilinguismo, adottando una metodologia e una strategia educativa adeguate;
b) l'introduzione di strumenti compensativi, compresi i mezzi di apprendimento alternativi e le tecnologie informatiche, nonché misure dispensative da alcune prestazioni non essenziali ai fini della qualità dei concetti da apprendere;
c) per l'insegnamento delle lingue straniere, l'uso di strumenti compensativi che favoriscano la comunicazione verbale e che assicurino ritmi graduali di apprendimento, prevedendo anche, ove risulti utile, la possibilità dell'esonero.
3. Le misure di cui al comma 2 devono essere sottoposte periodicamente a monitoraggio per valutarne l'efficacia e il raggiungimento degli obiettivi.
4. Agli studenti con DSA sono garantite, durante il percorso di istruzione e di formazione scolastica e universitaria, adeguate forme di verifica e di valutazione, anche per quanto concerne gli esami di Stato e di ammissione all'università nonché gli esami universitari.
Art. 6.
(Misure per i familiari)
1. I familiari fino al primo grado di studenti del primo ciclo dell'istruzione con DSA impegnati nell'assistenza alle attività scolastiche a casa hanno diritto di usufruire di orari di lavoro flessibili.
2. Le modalità di esercizio del diritto di cui al comma 1 sono determinate dai contratti collettivi nazionali di lavoro dei comparti interessati e non devono comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Art. 7.
(Disposizioni di attuazione)
1. Con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, si provvede, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, ad emanare linee guida per la predisposizione di protocolli regionali, da stipulare entro i successivi sei mesi, per le attività di identificazione precoce di cui all'articolo 3, comma 3.
2. Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con proprio decreto, individua le modalità di formazione dei docenti e dei dirigenti di cui all'articolo 4, le misure educative e didattiche di supporto di cui all'articolo 5, comma 2, nonché le forme di verifica e di valutazione finalizzate ad attuare quanto previsto dall'articolo 5, comma 4.
3. Con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, da adottare entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, è istituito presso il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca un Comitato tecnico-scientifico, composto da esperti di comprovata competenza sui DSA. Il Comitato ha compiti istruttori in ordine alle funzioni che la presente legge attribuisce al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. Ai componenti del Comitato non spetta alcun compenso. Agli eventuali rimborsi di spese si provvede nel limite delle risorse allo scopo disponibili a legislazione vigente iscritte nello stato di previsione del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca.
Art. 8.
(Competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome)
1. Sono fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano, in conformità ai rispettivi statuti e alle relative norme di attuazione nonché alle disposizioni del titolo V della parte seconda della Costituzione.
2. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano provvedono a dare attuazione alle disposizioni della legge stessa.
Art. 9.
(Clausola di invarianza finanziaria)
1. Fatto salvo quanto previsto dall'articolo 4, comma 2, dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE 6 febbraio 2009
(testo approvato dal Consiglio dei Ministri del 6 febbraio 2009)
CAPO I
Disposizioni in tema di competenza, indagini preliminari, ricusazione, diritto alla prova e giudizio abbreviato
Articolo 1 (Disposizioni in materia di competenza e atti urgenti del pubblico ministero)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 5 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) alla lettera a), le parole: «e i delitti previsti dall’art. 630, primo comma, del codice penale e dal decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n.309» sono soppresse;
2) dopo la lettera d) è inserita la seguente:
«d-bis) per i delitti consumati o tentati previsti dall’articolo 51 comma-3 bis, esclusi i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, e comma 3-quater»;
b) all’articolo 9 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 2, dopo la parola: «dimora» sono inserite le seguenti: «, anche provvisoria,»;
2) il comma 3 è abrogato;
c) all’articolo 16, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
«1-bis. Rispetto al reato individuato ai sensi del comma 1, per la determinazione del giudice competente si applicano gli articoli 8 e 9. Quando si applica l’articolo 9, comma 2, e più sono gli imputati, la competenza appartiene al giudice della residenza, del domicilio o della dimora, anche provvisoria, del maggior numero di essi. Se nemmeno in tal modo è possibile determinare la competenza, questa appartiene al giudice competente per il reato che, successivamente, è il più grave tra quelli residui»;
d) all’articolo 54-bis, dopo il comma 5 è inserito il seguente:
«5-bis. Fuori dai casi previsti dai commi 1, 2 e 5, quando sussistono eccezionali situazioni di contrasto tra uffici del pubblico ministero, tali da pregiudicare l’ordinato esercizio dell’attività ovvero da ledere gravemente il prestigio degli uffici medesimi, il procuratore generale presso la corte di cassazione, assunte le necessarie informazioni, può trasferire il procedimento ad altro ufficio del pubblico ministero. A tal fine, il procuratore generale individua l’ufficio che ha provveduto a iscrivere il reato più grave ovvero, in caso di reati di pari gravità, il primo reato, e in relazione ad esso determina l’ufficio competente, secondo i criteri previsti dall’articolo 11»;
e) all’articolo 328, dopo il comma 1-quater è aggiunto il seguente:
«1-quinquies. Nei casi di cui all’articolo 54-bis, comma 5-bis, le funzioni di giudice per le indagini preliminari sono esercitate da un magistrato del tribunale presso cui ha sede l’ufficio del pubblico ministero individuato dal procuratore generale»;
f) al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo l’art. 116, è inserito il seguente:
«116-bis. Il pubblico ministero che riceve una notizia di reato, quando non è possibile determinare immediatamente la competenza, compie gli atti urgenti e le indagini necessarie. Entro trenta giorni trasmette gli atti all’ufficio del pubblico ministero presso il giudice competente, ai sensi degli articoli 8 e 9 del codice di procedura penale».
Articolo 2 (Disposizioni in materia di astensione, ricusazione del giudice e termine per la difesa)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 36, comma 1, lettera h), dopo la parola: «convenienza», sono aggiunte le seguenti:
«anche rappresentate da giudizi espressi fuori dall’esercizio delle funzioni giudiziarie, nei confronti delle parti del procedimento e tali da provocare fondato motivo di pregiudizio all’imparzialità del giudice»;
b) all’articolo 37, comma 1, lettera a), dopo le parole: «f), g)», sono aggiunte le seguenti: «e h)»;
c) all’articolo 108, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
«1-bis. La stessa disposizione si applica nei casi previsti dall’articolo 97, comma 4, quando il difensore designato d’ufficio ne fa richiesta. In tal caso, il termine non può essere inferiore a quarantotto ore».
Articolo 3 (Disposizioni in materia di polizia giudiziaria, indagini preliminari, notizia di reato e registri penali)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 55, comma 1, le parole: «La polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati» sono sostituite dalle seguenti: «La polizia giudiziaria deve prendere di propria iniziativa e ricevere notizia dei reati»;
b) l’articolo 56 è sostituito dal seguente:
«Articolo 56. (Servizi e sezioni di polizia giudiziaria).
1. Le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte dalle sezioni di polizia giudiziaria, istituite presso ogni procura della Repubblica e composte con personale dei servizi di polizia giudiziaria, alla dipendenza e sotto la direzione dell'autorità giudiziaria.
2. Le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte dai servizi di polizia giudiziaria previsti dalla legge, nonché dagli ufficiali e dagli agenti di polizia giudiziaria appartenenti agli altri organi cui la legge fa obbligo di compiere indagini a seguito di una notizia di reato, sotto la direzione dell’autorità giudiziaria.»;
c) all’articolo 291, dopo il comma 1-bis è inserito il seguente:
«1-ter. La richiesta di cui al comma 1 deve contenere, a pena di inammissibilità, l’assenso scritto del procuratore della Repubblica ovvero del procuratore aggiunto o del magistrato appositamente delegati, nei casi in cui l’assenso è previsto ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106»;
d) l’articolo 326 è sostituito dal seguente:
«Articolo 326 - (Indagini preliminari).
1. Il pubblico ministero e la polizia giudiziaria svolgono le indagini preliminari nell’ambito delle rispettive attribuzioni. Il pubblico ministero assume le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale tenuto conto anche dei risultati delle indagini della polizia giudiziaria»;
e) l’articolo 330 è sostituito dal seguente:
«Articolo 330. (Acquisizione delle notizie di reato).
1. La polizia giudiziaria prende di propria iniziativa e riceve notizia dei reati. Il pubblico ministero riceve le notizie di reato presentate o trasmesse a norma degli articoli seguenti»;
f) all’articolo 335, comma 1, le parole: «o che ha acquisito di propria iniziativa», sono soppresse;
g) all’articolo 335, dopo il comma 3-bis, è aggiunto il seguente:
«3-quater. Delle notizie iscritte in registri diversi dal registro di cui al presente articolo non può esser fatto alcun uso, né può essere svolto in relazione ad esse alcun atto di indagine».
2. Al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 11, comma 1, le parole: «nulla osta», sono sostituite dalla seguente parola:
«parere»;
b) all’articolo 14, comma 1, la parola: «consenso», è sostituita dalla seguente: «parere»;
c) l’articolo 14, comma 2, è sostituito dal seguente:
«2. In caso di parere negativo, l’allontanamento o l’assegnazione di cui al comma 1 possono essere disposti con provvedimento specificamente motivato. Qualora l’allontanamento si renda necessario ai fini della progressione in carriera, il parere può essere omesso»;
d) all’articolo 15, commi 1 e 2, la parola: «favorevole», ovunque contenuta, è soppressa.
3. All’articolo 12 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, le parole: «se prende direttamente notizia di un reato di competenza del giudice di pace ovvero la riceve da privati o da pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio», sono sostituite dalle seguenti: «se riceve da privati ovvero da pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio notizia di un reato di competenza del giudice di pace».
Articolo 4 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di diritto alla prova e di acquisizione delle sentenze irrevocabili)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 190, i commi 1 e 2 sono sostituiti dai seguenti:
«1. Le prove sono ammesse a richiesta di parte. L’imputato ha diritto all’interrogatorio, all’esame e al controesame dei testimoni, dei periti, dei consulenti tecnici, delle persone indicate negli articoli 197-bis e 210, e delle altre parti, nelle stesse condizioni del pubblico ministero, e di ottenere l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore.
2. Il giudice provvede senza ritardo con ordinanza. A pena di nullità ammette le prove ad eccezione di quelle vietate dalla legge e di quelle manifestamente irrilevanti.»;
b) all’articolo 468, il comma 1 è sostituito dal seguente:
«1. Le parti che intendono chiedere l’esame di testimoni, periti o consulenti tecnici nonché delle persone indicate nell'articolo 210 devono, a pena di inammissibilità, depositare in cancelleria, almeno sette giorni prima della data fissata per il dibattimento, la lista con l’indicazione delle specifiche circostanze su cui deve vertere l’esame e della relazione tra le persone ivi elencate e il fatto da provare»;
c) all’articolo 495, comma 1, le parole: «, comma 1», sono soppresse;
d) l’articolo 238-bis è sostituito dal seguente:
«1. Fermo quanto previsto dall’articolo 236, nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato e sono valutate a norma degli articoli 187 e 192, comma 3».
Articolo 5 (Disposizioni in materia di polizia giudiziaria, pubblico ministero, incidente probatorio e indagini difensive)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 348, il comma 3, è sostituito dal seguente:
«3. Dopo l’intervento del pubblico ministero, la polizia giudiziaria svolge di propria iniziativa tutte le attività di indagine per accertare i reati ovvero richieste da elementi successivamente emersi e assicura le nuove fonti di prova, informandone il pubblico ministero, compie gli atti ad essa specificamente delegati a norma degli articoli 370 e 370-bis ed esegue le direttive del pubblico ministero»;
b) all’articolo 354, comma 2, le parole: «e il pubblico ministero non può intervenire tempestivamente ovvero non ha ancora assunto la direzione delle indagini,», sono soppresse;
c) all’articolo 360, il comma 4 è sostituito dal seguente:
«4. Qualora, prima del conferimento dell’incarico, la persona sottoposta alle indagini formuli richiesta di incidente probatorio ai sensi dell’articolo 392, il pubblico ministero dispone che non si proceda agli accertamenti salvo che questi, se differiti, non possano più essere utilmente compiuti. La richiesta presentata ai sensi del presente comma può essere integrata nei dieci giorni successivi»;
d) all’articolo 370 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) il comma 1 è sostituito dal seguente:
«1. Dopo aver ricevuto la notizia di reato, il pubblico ministero può compiere personalmente ogni attività di indagine o avvalersi della polizia giudiziaria per il compimento della predetta attività o di atti specificamente delegati, ivi compresi gli interrogatori ed i confronti cui partecipi la persona sottoposta alle indagini, con l’assistenza necessaria del difensore»;
2) dopo il comma 1 è inserito il seguente:
«1-bis. Il pubblico ministero impartisce le direttive e le deleghe di indagine al dirigente del servizio o della sezione di polizia giudiziaria»;
e) dopo l’articolo 370, è inserito il seguente:
«Articolo 370-bis. (Indagini tecnico-scientifiche).
1. Il pubblico ministero può delegare l’esecuzione di indagini e accertamenti tecnicoscientifici ai servizi di investigazione scientifica istituiti presso i servizi centrali e territoriali di polizia giudiziaria.
2. Se le indagini e gli accertamenti di cui al comma 1 comportano modificazioni irreversibili dello stato dei luoghi o delle cose, si applicano le garanzie di cui all’articolo 360»;
f) all’articolo 391-bis, dopo il comma 11 sono aggiunti i seguenti:
«11-bis. Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa non compare senza che sia stato addotto legittimo impedimento, il giudice, su richiesta motivata del difensore, ne dispone l’accompagnamento coattivo dinanzi al difensore o al sostituito, per rendere le dichiarazioni di cui al comma 1»;
11-ter. I soggetti di cui al comma 1, che hanno espletato investigazioni difensive nello stesso procedimento ovvero in procedimenti connessi o in indagini collegate possono informarsi reciprocamente e comunicare al proprio assistito ogni attività espletata, nonché lo stato delle indagini dell'autorità giudiziaria»;
g) all’articolo 398, comma 1, le parole: «dall’art. 396 comma 1», sono sostituite dalle seguenti:
«dagli articoli 396, comma 1, e 360, comma 4».
2. All’articolo 481 del codice penale, dopo il secondo comma è aggiunto il seguente:
«Le pene stabilite dai commi 1 e 2 si applicano altresì al difensore o al sostituto che, nell’attività di documentazione delle investigazioni difensive, attestano come da loro ricevute dichiarazioni a loro non rese ovvero omettono o alterano dichiarazioni da loro ricevute, se delle stesse è fatto uso nel procedimento».
Articolo 6 (Disposizioni in materia di chiusura delle indagini preliminari, proroga del termine, durata massima delle indagini preliminari, avocazione e in materia di giudizio abbreviato)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 405 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) il comma 1-bis è sostituito dal seguente:
«1-bis. Il pubblico ministero, al termine delle indagini, formula richiesta di archiviazione quando l’ordinanza cautelare è stata annullata per mancanza di gravi indizi di colpevolezza e non sono stati acquisiti ulteriori elementi a carico della persona sottoposta ad indagini. L’inosservanza di tale disposizione comporta la nullità della richiesta di rinvio a giudizio o del decreto di citazione a giudizio»;
2) il comma 2 è sostituito dal seguente:
«2. Salvo quanto previsto dall’articolo 415-bis, il pubblico ministero richiede il rinvio a giudizio entro sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale è attribuito il reato è iscritto nel registro delle notizie di reato ovvero dalla data in cui risulta il nome della persona alla quale il reato è attribuito, ai sensi dell’articolo 335, comma 1. A tal fine il giudice verifica l’iscrizione operata dal pubblico ministero e determina la data nella quale essa doveva essere effettuata, anche agli effetti dell’articolo 407, comma 3»;
b) all’articolo 406, comma 1, il secondo periodo è sostituito dal seguente: «La richiesta contiene le generalità della persona sottoposta alle indagini, l’indicazione della notizia di reato, del luogo e del tempo del reato, nonché l’esposizione dei motivi specifici che giustificano la richiesta, sulla base delle indagini già svolte».
c) all’articolo 407, dopo il comma 3 è aggiunto il seguente:
«3-bis. Quando il pubblico ministero trasmette per competenza gli atti ad altra autorità giudiziaria, nonché in ogni altro caso in cui si verifica la regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari, se i termini di cui ai commi 1 e 2 sono scaduti, le indagini possono essere proseguite per un periodo non superiore a sei mesi» ;
d) l’articolo 409 è sostituito dal seguente:
«Articolo 409. (Provvedimenti del giudice sulla richiesta di archiviazione).
1. Fuori dei casi in cui sia stata presentata l’opposizione prevista dall’articolo 410, il giudice, se accoglie la richiesta di archiviazione, pronuncia decreto motivato e restituisce gli atti al pubblico ministero. Il provvedimento che dispone l’archiviazione è notificato alla persona sottoposta alle indagini se nel corso del procedimento è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare.
2. Il giudice, se non accoglie la richiesta di archiviazione e ritiene necessarie ulteriori indagini, le indica con ordinanza al pubblico ministero, fissando il termine per il loro compimento. In nessun caso i termini di cui all’articolo 407, commi 1 e 2, possono essere superati per un periodo superiore ai sei mesi.
3. Salvo quanto previsto dal comma 2, il giudice, se non accoglie la richiesta di archiviazione, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso al pubblico ministero, alla persona sottoposta alle indagini e alla persona offesa dal reato. Il procedimento si svolge nelle forme previste dall’articolo 127. Fino al giorno dell’udienza gli atti restano depositati in cancelleria con facoltà del difensore di estrarne copia.
4. Della fissazione dell’udienza il giudice dà inoltre comunicazione al procuratore generale presso la corte di appello.
5. A seguito dell’udienza, il giudice, se non accoglie la richiesta di archiviazione e non ritiene di disporre ulteriori indagini ai sensi del comma 2, dispone con ordinanza che, entro dieci giorni, il pubblico ministero formuli l’imputazione. Entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni degli articoli 418 e 419.
6. L’ordinanza di archiviazione è ricorribile per cassazione solo nei casi di nullità previsti dall’articolo 127, comma 5»;
e) all’articolo 415, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. La durata delle indagini preliminari non può comunque superare i termini previsti nell’articolo 407, commi 1 e 2»;
f) all’articolo 412 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 1, la parola: «dispone», è sostituita dalle seguenti: «può disporre», e dopo le parole: «o prorogato dal giudice», sono inserite le seguenti: « nonché dopo la scadenza del termine previsto dall’articolo 415-bis, comma 4-bis»;
2) dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. L’avocazione è sempre disposta quando siano decorsi 120 giorni dalla scadenza del termine di cui al comma 1»;
g) all’articolo 413, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. Se il procuratore generale non provvede all’avocazione nel termine di trenta giorni dalla richiesta di cui al comma 1 ovvero non formula le sue richieste nel termine di cui al comma 2, la persona sottoposta ad indagini o la persona offesa dal reato possono richiedere al giudice per le indagini preliminari di fissare un termine, non superiore a sessanta giorni, per la formulazione da parte del pubblico ministero delle richieste di cui all’articolo 405, comma 1. Copia della richiesta è depositata presso la procura generale della corte d’appello»;
h) all’articolo 415-bis sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 1, le parole: «, se non deve formulare richiesta di archiviazione ai sensi degli articoli 408 e 411,» sono soppresse;
2) dopo il comma 1 è inserito il seguente:
«1-bis. La disposizione del comma 1 non si applica nei casi in cui il pubblico ministero deve formulare richiesta di archiviazione ai sensi degli articoli 408 e 411, ovvero se ha già provveduto ad inviare all’indagato l’informazione di garanzia di cui all’articolo 369, ovvero altro atto equipollente»;
i) all’articolo 416, comma 1, secondo periodo, le parole: «dall’avviso previsto dall’articolo 415-bis,» sono sostituite dalle seguenti: «dall’avviso di cui all’articolo 415-bis, ove previsto,»;
l) all’articolo 418, comma 2, la parola: «trenta» è sostituita dalla seguente: «sessanta»;
m) all’articolo 419, comma 4, la parola: «dieci» è sostituita dalla seguente: «trenta»;
n) all’articolo 423, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. Nei casi previsti dai commi 1 e 2, salvo che la contestazione abbia per oggetto la recidiva, il giudice informa l’imputato della facoltà di chiedere un termine a difesa. Se l’imputato o il difensore ne fanno richiesta, il giudice sospende l’udienza per un termine comunque non superiore a venti giorni. In ogni caso l’imputato può formulare richiesta di integrazione probatoria ai sensi dell’articolo 422»;
o) all’articolo 430 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. Dopo la pronuncia dell’ordinanza prevista dall’articolo 495, l’attività di cui al comma 1 è consentita esclusivamente nei seguenti casi:
a) scoperta di fonti di prova decisive sopravvenute o non conosciute in precedenza;
b) quando, sulla base di elementi nuovi emersi nel corso del processo, si rendono necessari ulteriori accertamenti.
Nei casi di cui alle lettere a) e b), l’attività integrativa di indagine è autorizzata dal giudice, nel contraddittorio delle parti, se ritenuta necessaria, a pena di inutilizzabilità»;
2) al comma 2, le parole: «nel comma 1» sono sostituite dalle seguenti: «nei commi 1 e 1-bis»;
p) all’articolo 431, comma 1, dopo la lettera a) è inserita la seguente:
«a-bis) l’avviso di cui all’articolo 415-bis, ove previsto, ovvero l’informazione di garanzia di cui all’articolo 369 o altro atto equipollente, anche per estratto»;
q) all’articolo 438, comma 1, alle parole: «L’imputato può chiedere» sono anteposte le seguenti:
«Nei procedimenti per reati diversi da quelli di cui all’articolo 5,»;
r) dopo l’articolo 438 è aggiunto il seguente:
«Articolo 438-bis. (Giudizio abbreviato dinanzi alla Corte d’assise).
1. Nei procedimenti per reati di cui all’articolo 5, l’imputato può richiedere il giudizio abbreviato dinanzi alla Corte d’assise prima della dichiarazione di apertura del dibattimento.
2. Si osservano le disposizioni del presente titolo, in quanto applicabili»;
s) all’articolo 501, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano altresì agli agenti e ufficiali di polizia giudiziaria che hanno svolto le indagini e gli accertamenti di cui all’articolo 370-bis»;
t) all’articolo 552, comma 2, secondo periodo, le parole: «dall’avviso previsto dall’articolo 415-bis, » sono sostituite dalle seguenti: «dall’avviso di cui all’articolo 415-bis, ove previsto,»;
u) all’articolo 558, comma 4, il primo periodo è sostituito dal seguente: «Quando sussistono specifici ed eccezionali motivi di assoluta necessità, il pubblico ministero ordina che l’arrestato in flagranza sia posto a sua disposizione a norma dell’articolo 386. In questo caso, lo può presentare direttamente all’udienza, in stato di arresto, per la convalida e il contestuale giudizio, entro quarantotto ore dall’arresto».
Capo II
Disposizioni in materia di indagini di polizia giudiziaria ed esercizio dell’azione penale in ordine ai reati per cui si procede mediante citazione diretta a giudizio
Articolo 7 (Modifiche al codice di procedura penale)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo l’articolo 335 è inserito il seguente:
«335-bis. (Iscrizione della notizia di reato nei casi di citazione diretta a giudizio).
1. Il pubblico ministero provvede all’iscrizione della notizia di reato a seguito della trasmissione della relazione di cui all’articolo 347-bis ovvero anche prima di aver ricevuto la relazione fin dal primo atto di indagine svolto personalmente o delegato alla polizia giudiziaria»;
b) dopo l’articolo 347 sono inseriti i seguenti:
«Articolo 347-bis. (Attività di indagine della polizia giudiziaria).
1. Quando la polizia giudiziaria acquisisce notizia di un reato tra quelli previsti dall’articolo 550, dopo averne informato il pubblico ministero, compie di propria iniziativa tutti gli atti di indagine necessari per la ricostruzione del fatto e per l’individuazione del colpevole e ne riferisce al pubblico ministero, con relazione scritta, entro il termine di sei mesi.
2. La relazione di cui al comma 1 contiene:
a) l’indicazione del fatto e degli articoli di legge che si assumono violati;
b) gli elementi di prova acquisiti;
c) le generalità della persona sottoposta alle indagini e del suo difensore, ove nominato;
d) il giorno e l’ora in cui è stata acquisita la notizia di reato.
3. Quando l’accertamento del fatto presenta profili di particolare complessità, ovvero in caso di connessione con un reato diverso da quelli previsti dall’articolo 550, la polizia giudiziaria procede ai sensi dell’articolo 347.
Articolo 347-ter (Autorizzazione del pubblico ministero al compimento di atti).
1. Nei casi previsti dall’articolo 347-bis, la polizia giudiziaria può richiedere al pubblico ministero l’autorizzazione al compimento di accertamenti tecnici irripetibili ovvero di interrogatori o di confronti cui partecipi la persona sottoposta alle indagini. Il pubblico ministero, se non ritiene di svolgere personalmente le indagini o singoli atti, può autorizzare la polizia giudiziaria al compimento degli atti richiesti. Allo stesso modo provvede se viene richiesta l’autorizzazione al compimento di perquisizioni e sequestri nei casi in cui la polizia giudiziaria non può procedervi di propria iniziativa»;
c) dopo l’articolo 405 è inserito il seguente:
«Articolo 405-bis. (Esercizio dell’azione penale in casi particolari).
1. Ricevuta la relazione di cui all’articolo 347-bis, il pubblico ministero, se non richiede l’archiviazione, formula le proprie richieste ai sensi dell’articolo 405, comma 1.
2. Se ritiene necessarie ulteriori indagini, il pubblico ministero vi provvede personalmente ovvero si avvale della polizia giudiziaria, impartendo direttive o delegando il compimento di specifici atti»;
d) all’articolo 407, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
«1-bis. Nei casi previsti dall’articolo 347-bis, comma 1, la durata delle indagini preliminari non può comunque superare dodici mesi».
Capo III
Disposizioni in materia di impugnazioni e di revisione delle sentenze a seguito di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo
Articolo 8 (Disposizioni in materia di impugnazioni)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 544, dopo il comma 3-bis è aggiunto il seguente:
«3-ter. Se nessuna delle parti formula dichiarazione di impugnazione ai sensi dell’articolo 568-bis, i motivi della decisione ai sensi dei commi 2 e 3 sono limitati all'indicazione degli elementi di cui al comma 1»;
b) dopo l’articolo 568 è inserito il seguente:
«Articolo 568-bis. (Dichiarazione di impugnazione)
1. Salvo che sia stata pronunciata sentenza contumaciale, entro tre giorni dalla lettura del dispositivo il pubblico ministero, l’imputato, il suo difensore e, limitatamente agli effetti civili, la parte civile, che intendono proporre impugnazione formulano, a pena di decadenza, specifica dichiarazione. La dichiarazione è presentata mediante deposito nella cancelleria del giudice che ha pronunciato sentenza, anche a mezzo fax.
2. Nel caso di sentenza pronunciata dal giudice di primo grado, la parte che non ha formulato dichiarazione di impugnazione può comunque proporre appello incidentale ai sensi dell’articolo 595»;
c) all’articolo 591, comma 1, lettera c), alla parola: «581», è anteposta la seguente: «568-bis,»;
d) all’articolo 599, comma 1, dopo le parole: «per oggetto», sono inserite le seguenti: «la qualificazione giuridica del fatto ovvero»;
e) all’articolo 571, comma 1, alle parole: «L’imputato può proporre impugnazione» sono anteposte le seguenti: «Salvo che sia altrimenti previsto,»;
f) all’articolo 607, comma 1, dopo le parole: «ricorrere per cassazione» sono aggiunte le seguenti: «, nei modi previsti dall’articolo 571, comma 3,»;
g) all’articolo 610, dopo il comma 1-bis sono inseriti i seguenti:
«1-ter. Sentito il procuratore generale, l’inammissibilità è dichiarata senza le formalità previste dal comma 1 quando:
a) il ricorso è stato proposto dopo la scadenza del termine stabilito;
b) il ricorso è assolutamente privo dei motivi di impugnazione;
c) il ricorso non è sottoscritto da un difensore iscritto nell’albo speciale della Corte di cassazione;
d) vi è rinunzia al ricorso.
1-quater. Negli stessi casi si procede per la dichiarazione di inammissibilità del ricorso avverso la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti»;
h) all’articolo 613, comma 1, le parole: «Salvo che la parte non vi provveda personalmente» sono soppresse;
i) all’articolo 618, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:
«1-bis. Se una sezione della corte non intende conformarsi al più recente principio di diritto con il quale le sezioni unite hanno risolto un contrasto tra le singole sezioni, rimette il ricorso con ordinanza alle sezioni unite».
Articolo 9 (Revisione delle sentenze nei casi di condanna dello Stato italiano per violazione dei principi del giusto processo)
1. Al codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 630, dopo la lettera d) è inserita la seguente:
«e) se la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato italiano per violazione delle disposizioni di cui all'articolo 6, paragrafo 3, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali»;
b) all’articolo 631, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:
«2. Nei casi previsti nella lettera e) dell’articolo 630, la domanda è ammessa quando, al momento della sua presentazione, il condannato si trovi in stato di detenzione o vi debba essere sottoposto in virtù di un ordine di esecuzione, anche se sospeso, ovvero sia soggetto all’esecuzione di una misura alternativa alla detenzione, diversa dalla pena pecuniaria»;
c) all’articolo 633, comma 2, le parole: «dall’articolo 630, comma 1, lettere a) e b)» sono sostituite dalle seguenti: « dall’articolo 630, comma 1, lettere a), b) ed e)»;
d) all’articolo 634, dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. La Corte d’appello provvede ai sensi del comma 1, quando la richiesta di revisione, nelle ipotesi previste dall’articolo 630, comma 1, lettera e), è proposta dopo tre mesi dalla data in cui è divenuta definitiva la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo».
Articolo 10 (Modifiche al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271)
1. Al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 18, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
«1-bis. Nel caso previsto dal comma 1, lettera b), secondo periodo, decorsi novanta giorni dalla comunicazione della presentazione del ricorso, in caso di mancata nomina da parte dell’amministrazione di appartenenza dell’ufficiale di polizia giudiziaria, la commissione viene integrata da un commissario nominato dal prefetto»;
b) dopo l’articolo 64, è inserito il seguente:
«Articolo 64-bis. (Distruzione degli atti inseriti in registri diversi dal registro delle notizie di reato).
1. Gli atti pervenuti alla procura della Repubblica e inseriti in registri diversi dal registro delle notizie di reato previsto nell’articolo 335 del codice, sono distrutti entro un anno con provvedimento adottato dal Procuratore della Repubblica. Delle relative operazioni è redatto verbale.
2. Le denunce e gli altri documenti anonimi sono distrutti, con le stesse modalità, decorsi cinque anni da quando sono pervenuti alla procura della Repubblica».
c) dopo l’articolo 73 è inserito il seguente:
«Articolo 73-bis. Gli appartenenti ai servizi di investigazione scientifica di cui all’articolo 370-bis comma 1 del codice, che siano stati nominati consulenti tecnici o periti ai sensi dell’articolo 360 del codice, sono tenuti a versare il 30% del compenso percepito al servizio di polizia giudiziaria di appartenenza»;
d) all’articolo 123, il secondo periodo è sostituito dal seguente:
«Tuttavia, quando sussistono eccezionali motivi di necessità ed urgenza, il giudice, con decreto motivato, può disporre il trasferimento dell'arrestato o del fermato per la comparizione davanti a sé»;
e) l’articolo 146 è sostituito dal seguente:
«Articolo 146. (Aula di udienza).
1. Nelle aule di udienza, i banchi riservati alle parti sono posti allo stesso livello di fronte all’organo giudicante. Le parti private siedono a fianco dei propri difensori, salvo che sussistano esigenze di cautela. Il seggio delle persone da sottoporre ad esame è collocato in modo da consentire che le persone stesse siano agevolmente visibili sia dal giudice che dalle parti»;
f) dopo l’articolo 201, è inserito il seguente:
«Articolo 201-bis. (Adempimenti in caso di sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo).
1. Quando riceve una sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 6, paragrafo 3, della Convenzione medesima, ai sensi dell’articolo 5, comma 3, lettera a-bis), della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, il Presidente del Consiglio dei Ministri trasmette immediatamente copia autentica della sentenza al Ministro della giustizia.
2. Il Ministro della giustizia, ricevuta la sentenza, ne dispone senza indugio la traduzione in lingua italiana e la inoltra al procuratore generale presso la corte di appello competente».
Articolo 11 (Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230)
1. All’articolo 85, comma 5, del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, le parole: «inopportuno il compimento dell’attività da espletare nel luogo dove il detenuto è ristretto» sono sostituite dalle seguenti: «assolutamente necessario lo svolgimento dell’attività da espletare al di fuori del luogo dove il detenuto è ristretto».
Articolo 12 (Modifiche alla legge 7 dicembre 1969, n. 742)
1. All’articolo 2, primo comma, della legge 7 dicembre 1969, n. 742, dopo le parole: «in stato di custodia cautelare», sono inserite le seguenti: «o che sia sottoposta ad altra misura cautelare personale».
Articolo 13 (Modifiche alla legge 11 dicembre 1984, n. 839)
1. All’articolo 3, comma 5, primo periodo, della legge 11 dicembre 1984, n. 839, dopo le parole:
«Corte costituzionale» sono aggiunte le seguenti: «e quello delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che constatano, a carico dello Stato italiano, la violazione di una o più disposizioni dell’articolo 6, paragrafo 3, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali».
Articolo 14 (Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354 in materia di lavoro di pubblica utilità)
1. Alla legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 47, dopo il comma 5 è inserito il seguente:
«5-bis. L’affidamento in prova al servizio sociale è subordinato alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, ai sensi dell’articolo 47-bis1»;
b) dopo l’articolo 47-bis, è inserito il seguente:
«47-bis1. Il lavoro di pubblica utilità consiste nella prestazione di attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, da prestare per un periodo non inferiore a dieci giorni né superiore a due anni.
L’attività viene svolta nell’ambito del Comune dove il condannato ha la residenza o il domicilio o, ove non sia possibile, presso la Provincia, e consiste nella prestazione di non meno di quattro e non più di dodici ore settimanali, da svolgersi con modalità e tempi che non pregiudicano le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato.
La durata giornaliera della prestazione non può comunque superare le quattro ore.
Ai fini del computo della pena, un giorno di arresto o di reclusione equivale alla prestazione, anche non continuativa, di quattro ore di lavoro.
L’applicazione del lavoro di pubblica utilità è subordinata al consenso dell’imputato. La mancanza del consenso rende inapplicabili gli istituti la cui concessione è subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità».
Articolo 15 (Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 in materia di dati biometrici)
1. All’articolo 23, comma 1 decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, dopo le parole «impronte digitali», sono inserite le seguenti: «, dell’impronta fonica, nonché di altri eventuali dati biometrici».
Capo IV
Disposizioni in materia di assunzione della testimonianza di Cardinali
Articolo 16 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di assunzione della testimonianza di Cardinali)
1. Al codice di procedura penale, dopo l’articolo 206 è inserito il seguente:
«206-bis. (Assunzione della testimonianza di Cardinali).
1. Se deve essere assunta la testimonianza di un Cardinale che svolge una funzione di rilievo particolare presso la Santa Sede, questi può chiedere di essere esaminato in un luogo da lui indicato, al fine di garantire la continuità e la regolarità della funzione cui risulta preposto.
2. Rivestono funzioni di rilievo particolare presso la Santa Sede, il Cardinale Decano del Sacro Collegio, i Cardinali Prefetti dei dicasteri della Curia Romana aventi la qualifica di Congregazione, il Cardinale Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica ed il Cardinale che presiede la Penitenzieria Apostolica.
3. Si procede nelle forme ordinarie nei casi previsti dall’articolo 205, comma 3».
Articolo 17 (Modifiche al Regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368, in materia di assunzione della testimonianza di Cardinali)
1. All’articolo 105 del Regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma, dopo la parola: «Cardinali», sono inserite le seguenti: «che svolgono una funzione di rilievo particolare presso la Santa Sede»;
b) dopo il primo comma è aggiunto il seguente:
«Rivestono funzioni di rilievo particolare presso la Santa Sede, il Cardinale Decano del Sacro Collegio, i Cardinali Prefetti dei dicasteri della Curia Romana aventi la qualifica di Congregazione, il Cardinale Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica ed il Cardinale che presiede la Penitenzieria Apostolica».
Capo V
Norme in materia di ordinamento giudiziario
Articolo 18 (Modifiche all’articolo 1 del decreto legislativo 25 luglio 2006, n. 240)
1. All’articolo 1 del decreto legislativo 25 luglio 2006, n. 240, dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti:
«1-bis. Il magistrato capo dell’ufficio giudiziario deve assicurare la tempestiva adozione dei programmi per l’informatizzazione predisposti dal Ministero della giustizia per l’organizzazione dei servizi giudiziari in modo da garantire l’uniformità delle procedure di gestione nonché le attività di monitoraggio e di verifica della qualità e dell’efficienza del servizio.
1-ter. Il magistrato capo dell’ufficio giudiziario è tenuto a comunicare al Ministro della giustizia, esclusivamente per via informatica e con cadenza trimestrale, i dati relativi all’andamento dell’organizzazione dei servizi giudiziari individuati dallo stesso Ministro, sentito il Consiglio Superiore della Magistratura, al solo fine di monitorare la produttività dei servizi stessi. I dati trasmessi sono comunicati al Consiglio Superiore della Magistratura e possono essere pubblicati in forma sintetica sul sito internet del Ministero della giustizia.»
Articolo 19 (Modifica all’articolo 2 del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109)
1. All’articolo 2, comma 1, la lettera n), del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109, è sostituita dalla seguente:
«n) la reiterata o grave inosservanza delle norme regolamentari o delle disposizioni sul servizio giudiziario o sui servizi organizzativi e informatici adottate, anche in funzione della produttività dei servizi stessi, dagli organi competenti;».
Articolo 20 (Formazione dei magistrati che aspirano al conferimento di incarichi direttivi)
1. All’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 30 gennaio 2006, n. 26, dopo la lettera d) è inserita la seguente: «d-bis) all’organizzazione di corsi di formazione per i magistrati giudicanti e requirenti che aspirano al conferimento degli incarichi direttivi di primo e di secondo grado;».
2. Nel titolo III del decreto legislativo 30 gennaio 2006, n. 26, dopo il Capo II è aggiunto il seguente:
«Capo II-bis - Corsi di formazione per i magistrati giudicanti e requirenti che aspirano al conferimento degli incarichi direttivi di primo e di secondo grado.
Art. 26-bis. (Oggetto).
1. I corsi di formazione per i magistrati giudicanti e requirenti che aspirano al conferimento degli incarichi direttivi di primo e di secondo grado sono mirati allo studio dei criteri di gestione delle organizzazioni complesse nonché all’acquisizione delle competenze riguardanti la conoscenza, l’applicazione e la gestione dei sistemi informatici e dei modelli di gestione delle risorse umane e materiali utilizzati dal Ministero della giustizia per il funzionamento dei propri servizi.
2. Al termine del corso di formazione il comitato direttivo, sulla base delle schede valutative redatte dai docenti nonché di ogni altro elemento rilevante, formula per ciascun partecipante una valutazione di idoneità al conferimento degli incarichi direttivi, con esclusivo riferimento alle capacità organizzative.
3. La valutazione è comunicata al Consiglio superiore della magistratura per le valutazioni di competenza in ordine al conferimento dell’incarico direttivo.
4. La valutazione positiva di idoneità conserva validità per cinque anni.
5. Possono concorrere all’attribuzione degli incarichi direttivi, sia requirenti che giudicanti, sia di primo che di secondo grado, soltanto i magistrati che abbiano partecipato al corso di formazione».
Articolo 21 (Disposizioni in materia di temporaneità delle funzioni direttive)
1. All’articolo 45, comma 1, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, è aggiunto in fine il seguente periodo: «Sulla conferma delle funzioni direttive il Consiglio superiore della magistratura delibera di concerto con il Ministro della giustizia ai sensi dell’articolo 11, comma 3, della legge 24 marzo 1958, n. 195 e successive modificazioni».
Articolo 22 (Modifica all’articolo 11 della legge 24 marzo 1958, n. 195)
1. All’articolo 11 della legge 24 marzo 1958, n. 195, terzo comma sono soppresse le parole:
«esclusi quelli di pretore dirigente nelle preture aventi sede nel capoluogo di circondario e di procuratore della Repubblica presso le stesse preture,»:
2. All’articolo 11 della legge 24 marzo 1958, n. 195, dopo il terzo comma è aggiunto il seguente:
«Il Ministro della giustizia, nell’atto di concerto, esprime le sue motivate valutazioni solo in ordine alle attitudini del candidato relative alle capacità organizzative dei servizi.»
Articolo 23 (Modifiche alla legge 4 maggio 1998, n. 133)
1. Alla legge 4 maggio 1998, n. 133, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 1, comma 3, le parole: «, ed indica tra le stesse le sedi a copertura immediata, in misura non superiore a dieci, individuate tra quelle rimaste vacanti per difetto di aspiranti dopo due successive pubblicazioni» sono soppresse;
b) all’articolo 1-bis, sono apportate le seguenti modificazioni:
1) la rubrica è sostituita dalla seguente: «Copertura delle sedi disagiate rimaste vacanti per difetto di aspiranti»;
2) il comma 1 è sostituito dal seguente:
«1. Per le sedi individuate quali disagiate ai sensi dell’articolo 1, rimaste vacanti per difetto di aspiranti e per le quali non siano intervenute dichiarazioni di disponibilità o manifestazioni di consenso al trasferimento, il Consiglio superiore della magistratura provvede con il trasferimento d’ufficio dei magistrati che abbiano conseguito la prima valutazione di professionalità da non più di quattro anni. Il trasferimento d’ufficio di cui al presente comma può essere altresì disposto nei confronti dei magistrati che svolgono da oltre dieci anni le stesse funzioni o, comunque, si trovano nella stessa posizione tabellare o nel medesimo gruppo di lavoro nell’ambito delle stesse funzioni e che alla scadenza del periodo massimo di permanenza non hanno presentato domanda di trasferimento ad altra funzione o ad altro gruppo di lavoro all’interno dell’ufficio ovvero ad altro ufficio, o che tale domanda abbiano successivamente revocato. Il trasferimento d’ufficio di cui al presente articolo può essere disposto esclusivamente in sedi disagiate che distano oltre 100 chilometri dalla sede ove il magistrato presta servizio. Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa all’interno di altri distretti della stessa regione, previsto dall’articolo 13, commi 3 e 4, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160»;
3) il comma 5 è sostituito dal seguente:
«5. Il trasferimento d’ufficio è disposto nei confronti dei magistrati di cui al comma 1 che prestano servizio nel distretto nel quale sono compresi i posti da coprire, ovvero, se ciò non è possibile, nei distretti limitrofi o nei distretti delle regioni limitrofe. Per il distretto di Cagliari si considerano limitrofi i distretti di Genova, Firenze, Roma, Napoli e Palermo; per il distretto di Messina anche quello di Reggio Calabria e per il distretto di Reggio Calabria anche quelli di Messina e Catania. Per la Sardegna si considerano limitrofe le regioni Liguria, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia; per la Sicilia si considera limitrofa la regione Calabria e per la Calabria anche la regione Sicilia»;
4) il comma 6 è sostituito dal seguente:
«6. Nel caso di pluralità di distretti limitrofi o di regioni limitrofe viene dapprima preso in considerazione il distretto il cui capoluogo ha la minore distanza chilometrica ferroviaria, e se del caso marittima, con il capoluogo del distretto presso il quale il trasferimento deve avere esecuzione»;
5) il comma 7 è sostituito dal seguente:
«7. Nell’ambito del distretto, l’ufficio da cui operare i trasferimenti è individuato con riferimento alla minore percentuale di scopertura dell’organico; in caso di pari percentuale, il trasferimento è operato dall’ufficio con organico più ampio. Nell’ambito dell’ufficio è trasferito il magistrato con minore anzianità nel ruolo».
Capo VI
Norme in materia di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo
Articolo 24 (Modifiche alla legge 24 marzo 2001, n. 89)
1. Alla legge 24 marzo 2001, n. 89, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 2, sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 1, le parole: «Chi ha subito» sono sostituite dalle seguenti: «In attuazione dell’articolo 111, secondo comma, della Costituzione, la parte del processo che ha subito»;
2) dopo il comma 3, sono aggiunti i seguenti:
«3-bis. Ai fini del computo del periodo di cui al comma 3, il processo si considera iniziato, in ciascun grado, alla data di deposito del ricorso introduttivo del giudizio, ovvero dell’udienza di comparizione indicata nell’atto di citazione, ovvero ancora del deposito dell’istanza di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5, e termina con la pubblicazione della decisione che definisce lo stesso grado. Il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato, di parte civile, di responsabile civile o di civilmente obbligato per la sanzione pecuniaria, ovvero, se anteriore, a quella di applicazione di una misura cautelare. Non rilevano, agli stessi fini, i periodi conseguenti ai rinvii del procedimento richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di 90 giorni ciascuno. Tale limite non opera se il rinvio è stato richiesto espressamente per un periodo più lungo.
3-ter. Non sono considerati irragionevoli, nel computo di cui al comma 3, i periodi che non eccedono la durata di tre anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di un anno per il giudizio di legittimità, nonché di un ulteriore anno in caso di giudizio di rinvio.
3-quater. Nella liquidazione dell’indennizzo, il giudice tiene conto del valore della domanda proposta o accolta nel procedimento nel quale si assume verificata la violazione di cui al comma 1. L’indennizzo è ridotto fino a un quarto quando il procedimento cui la domanda di equa riparazione si riferisce è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quando ne è evidente l’infondatezza.
3-quinquies. In ordine alla domanda di equa riparazione di cui all’articolo 3, si considera priva di interesse, ai sensi dell’articolo 100 del codice di procedura civile, la parte che, in ciascun grado del giudizio in cui assume essersi verificata la violazione di cui al comma 1, non ha presentato, nell’ultimo semestre anteriore alla scadenza dei termini di cui al comma 3-ter, una espressa richiesta al giudice procedente di sollecita definizione del processo ai sensi e per gli effetti della presente legge. Se la richiesta è formulata dopo la scadenza dei termini di cui al comma 3-bis, l’interesse ad agire si considera sussistente limitatamente al periodo successivo alla sua presentazione. Nel processo davanti alle giurisdizioni amministrativa e contabile è sufficiente il deposito di nuova istanza di fissazione dell’udienza, con espressa dichiarazione che essa è formulata ai sensi e per gli effetti della presente legge. Negli altri casi, la richiesta è formulata con apposita istanza depositata nella cancelleria o segreteria del giudice procedente.
3-sexies. Il giudice procedente e il capo dell’ufficio giudiziario sono avvisati senza ritardo del deposito dell’istanza di cui al comma 3-quinquies e, a decorrere dalla data del suo deposito, il processo civile è trattato prioritariamente ai sensi degli articoli 81, secondo comma, e 83 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile, con esclusione della deroga ivi prevista e di quella di cui al successivo articolo 115, secondo comma; il processo penale resta in ogni caso assoggettato alla disciplina dei procedimenti relativi agli imputati in stato di custodia cautelare; nei processi amministrativo e contabile l’udienza di discussione è fissata entro 90 giorni. I processi sono definiti con sentenza e la motivazione è limitata ad una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione si fonda. Il capo dell’ufficio giudiziario vigila sull’effettivo rispetto di tutti i termini acceleratori fissati dalla legge»;
b) l’articolo 3 è sostituito dal seguente:
«Articolo 3. (Procedimento).
1. L’istanza di equa riparazione si presenta alla segreteria del presidente della corte di appello del distretto in cui ha sede il giudice, individuato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, competente a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati nel cui distretto è concluso ovvero pende il procedimento nel grado di merito per il quale si assume verificata la violazione.
2. L’istanza deve essere sottoscritta personalmente dall’interessato, a pena di inammissibilità, secondo un modello stabilito con decreto del Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e del Ministro della difesa, e contiene la dichiarazione o l’elezione di domicilio nel luogo dove si intendono ricevere le comunicazioni e il pagamento dell’eventuale indennizzo, nonché l’indicazione dell’ufficio giudiziario e del numero del procedimento cui la domanda di equa riparazione si riferisce. All’istanza è altresì allegata copia dei verbali del procedimento, del relativo atto introduttivo e, se esistente, del provvedimento con cui è stato definito.
3. L’istanza è proposta nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare; negli altri casi è proposto nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze.
4. Il presidente della corte di appello o un magistrato delegato del distretto, col supporto di personale amministrativo dello stesso distretto, previa eventuale acquisizione d’ufficio degli ulteriori elementi di valutazione ritenuti indispensabili, respinge la richiesta se non ravvisa la sussistenza della violazione di cui all’articolo 2;
altrimenti emana decreto esecutivo con il quale dispone, a carico dell’Amministrazione responsabile, ai sensi del comma 3, il pagamento di un equo indennizzo ai sensi dell’articolo 2. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri emanato d’intesa con il Ministro della giustizia, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro della difesa, sono annualmente determinati gli importi minimi e massimi riconoscibili nella liquidazione degli indennizzi. La motivazione del provvedimento è limitata al riscontro del periodo eccedente il termine ragionevole. Il procedimento di cui al presente comma è gratuito.
Il provvedimento è comunicato, a cura della segreteria della corte d’appello, all’istante nel domicilio di cui al comma 2 ed all’amministrazione responsabile che, nei successivi 120 giorni, effettua il pagamento della somma ingiunta, salvo quanto previsto dal secondo periodo del comma 6.
5.Contro il provvedimento di rigetto e contro quello che liquida un indennizzo ritenuto incongruo, il ricorrente può proporre opposizione alla corte di appello entro 60 giorni dalla sua comunicazione. L’opposizione si propone con ricorso depositato nella cancelleria della corte di appello, sottoscritto da un difensore munito di procura speciale e contenente gli elementi di cui all’articolo 125 del codice di procedura civile. La corte di appello provvede ai sensi degli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile. Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza in camera di consiglio, è notificato, a cura del ricorrente, all’amministrazione convenuta, presso l’Avvocatura dello Stato. Tra la data della notificazione e quella della camera di consiglio deve intercorrere un termine non inferiore a quindici giorni. Le parti possono chiedere che la corte disponga l’acquisizione in tutto o in parte degli atti e dei documenti del procedimento in cui si assume essersi verificata la violazione di cui all’articolo 2 e possono chiedere di essere sentite in camera di consiglio, se compaiono. Sono ammessi il deposito di memorie e la produzione di documenti fino a cinque giorni prima della data in cui è fissata la camera di consiglio. La corte pronuncia, entro quattro mesi dal deposito del ricorso in opposizione, decreto impugnabile per cassazione con cui conferma, modifica o revoca il provvedimento presidenziale opposto. Il decreto collegiale è immediatamente esecutivo. In ogni caso la corte provvede sulle spese ai sensi degli articoli 91 e seguenti del codice di procedura civile, esclusa ogni possibilità di compensazione. Se l’Amministrazione non si costituisce e l’opposizione è comunque respinta, la condanna al pagamento delle spese è pronunciata in favore della cassa delle ammende e il relativo ammontare può essere compensato con l’indennizzo eventualmente già liquidato in favore del ricorrente.
6. Contro il provvedimento che ha accolto l’istanza di equo indennizzo, l’Amministrazione responsabile, entro 60 giorni dalla notifica, può proporre opposizione ai sensi del comma 5. In tal caso la corte di appello, su istanza dell’opponente, può sospendere in tutto o in parte l’esecuzione del provvedimento.
L’atto di impugnazione, unitamente al decreto di fissazione della camera di consiglio, è notificato al creditore, a cura dell’Avvocatura dello Stato, nel domicilio eletto di cui al comma 2. Il giudizio di opposizione si svolge nelle forme di cui al comma 5».
Capo VII
Deleghe al Governo
Articolo 25 (Delega al Governo in materia di riordino della disciplina delle comunicazioni e delle notificazioni del procedimento penale e di audizione di testimoni a distanza)
1. Il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo diretto al riordino della disciplina delle comunicazioni e delle notificazioni del procedimento penale, attenendosi ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere l’obbligo per ciascun avvocato e ausiliario del giudice e del pubblico ministero di indicare un indirizzo di posta elettronica certificata, stabilendo le modalità di comunicazione ed aggiornamento;
b) prevedere che le comunicazioni, gli avvisi e le notificazioni siano effettuate dall'ufficio giudiziario agli avvocati e agli ausiliari del giudice e del pubblico ministero in forma telematica all'indirizzo elettronico di posta certificata, mediante la trasmissione dell’atto firmato digitalmente o di copia dichiarata conforme con strumenti di firma digitale;
c) prevedere che gli atti, le memorie e le istanze delle parti private, siano trasmesse, mediante atto firmato digitalmente o copia dichiarata conforme con strumenti di firma digitale, direttamente all'ufficio giudiziario, agli avvocati e agli ausiliari del giudice e del pubblico ministero in forma telematica all'indirizzo elettronico di posta certificata;
d) prevedere la notificazione in forma telematica come forma principale di comunicazione e notificazione, ove possibile, anche per le parti private, diverse dall’imputato, ed i testimoni;
e) prevedere che le comunicazioni tra gli uffici giudiziari avvengano esclusivamente per mezzo di posta elettronica certificata o per diretta interconnessione tra i sistemi;
f) modificare le disposizioni del codice di procedura penale prevedendo che gli atti che richiedono la firma autografa dell’indagato e delle altre parti private possono essere trasmessi per copia dichiarata conforme con strumenti di firma digitale da parte dell’avvocato patrocinatore;
g) procedere al riassetto delle disposizioni concernenti le comunicazioni relative alla non accettazione, alla rinuncia o alla revoca del difensore con riferimento all’obbligo in capo all’autorità procedente di nominare in tempi brevi il difensore d’ufficio in caso di non accettazione del difensore;
h) prevedere che il giudice possa disporre che, dinanzi al tribunale del riesame, le notificazioni agli imputati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari siano eseguite dalla polizia penitenziaria;
i) prevedere, con riferimento alla disciplina delle notificazioni all’imputato non detenuto, che le notificazioni successive alla prima siano eseguite, in caso di nomina di difensore di fiducia, ai sensi dell’articolo 96 del codice di procedura penale e che per le modalità della notificazione trovino applicazione anche le disposizioni introdotte ai sensi della lettera b) del presente comma;
l) prevedere che se la nomina del difensore di fiducia è effettuata dinanzi ad autorità giudiziaria diversa da quella che procede in ordine al procedimento principale, essa sia trasmessa a quest’ultima e che, in caso contrario, la nomina non si intenda riferita al procedimento principale;
m) prevedere che quando non è possibile eseguire le notificazioni nei modi previsti dall’articolo 157 del codice di procedura penale, l’ufficiale giudiziario proceda, anche consultando i competenti uffici pubblici, a nuove ricerche dell’imputato presso l’amministrazione penitenziaria centrale, il luogo di nascita, residenza anagrafica, domicilio, dimora e lavoro, e procede d’ufficio alla nuova notificazione; che l’ufficiale giudiziario procedente possa incaricare l’ufficiale giudiziario competente per territorio per la notificazione; che in caso di esito negativo delle ricerche eseguite, l’autorità giudiziaria emetta decreto di irreperibilità con il quale, dopo avere nominato un difensore all’imputato che ne è privo, ordina che la notificazione sia eseguita mediante consegna di unica copia dell’atto al difensore; prevedere che l’autorità giudiziaria possa rinnovare, ove assolutamente necessario, le ricerche tramite polizia giudiziaria;
n) prevedere che quando l’ufficiale giudiziario procede a ricerche dell’imputato ai sensi dell’articolo 159 del codice, rediga verbale delle ricerche compiute, indicando i luoghi, le persone e gli enti interpellati; che al verbale debba essere allegata copia di tutta la documentazione fornita da dette persone o enti; che quando incarica l’ufficiale giudiziario competente per territorio per la notificazione, l’ufficiale giudiziario trasmetta allo stesso copia di tutta la documentazione utile al reperimento dell’imputato;
o) modificare l’articolo 169 del codice di procedura penale, prevedendo che l’invito di cui al comma 1 contenga anche la nomina di difensore d’ufficio, ove la persona sottoposta alle indagini non abbia provveduto alla nomina di difensore di fiducia;
p) attribuire al Ministro della giustizia la facoltà di determinare, per ciascun circondario o distretto, entro il termine ultimo del 31 dicembre 2010, l’utilizzazione obbligatoria delle notificazioni telematiche;
q) prevedere, subordinandola al consenso delle parti, la possibilità per testimoni, consulenti e periti, di partecipare al dibattimento a distanza, quando gli stessi si trovino in località notevolmente distante da quella presso cui si celebra il processo o l’incidente probatorio, ovvero quando sussistano altri gravi motivi;
r) prevedere, nel caso previsto alla lettera q), che il giudice disponga l’audizione a distanza con ordinanza motivata, che l’audizione avvenga presso sale appositamente istituite presso il tribunale del luogo ove si trova la persona da escutere; che l’audizione garantisca, tramite mezzi tecnici idonei, la piena visibilità della persona da escutere; che l’audizione venga videoregistrata e della stessa sia redatto sommario verbale; che alla deposizione assista un ausiliario del tribunale ove viene assunta, il quale rediga verbale contenente le generalità della persona e l’orario di inizio e conclusione della deposizione; che gli aspetti tecnici dell’audizione a distanza possano essere successivamente disciplinati da apposito decreto del Ministro della giustizia, emanato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e del Ministro della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione, da emanarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.
Articolo 26 (Delega al Governo per l’attribuzione della competenza in materia di misure cautelari personali al tribunale in composizione collegiale)
1. Il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per la modifica delle disposizioni del codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali e reali, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere che sulle richieste di applicazione, modifica e revoca delle misure cautelari personali e reali, nonché delle misure cautelari previste dall’articolo 47 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sia competente a decidere il tribunale in composizione collegiale del luogo ove ha sede la corte di appello o la sezione distaccata della corte di appello nella cui circoscrizione è compreso l’ufficio del pubblico ministero che ha richiesto la misura;
b) prevedere che sulle richieste di riesame e di appello avverso le misure di cui alla lettera a), sia competente a decidere la corte di appello o la sezione distaccata della corte di appello nella cui circoscrizione è compreso il tribunale che ha emesso la misura o che ha provveduto alla modifica o revoca della stessa;
c) prevedere, nelle ipotesi di arresto in flagranza e fermo, la competenza in ordine alla convalida del giudice per le indagini preliminari, ovvero, nei casi di presentazione per la convalida dell’arresto ed il contestuale giudizio direttissimo, del tribunale in composizione monocratica o collegiale competente secondo i criteri ordinari;
d) prevedere, nel caso previsto dalla lettera c), che in caso di applicazione di misura cautelare personale, questa debba essere rinnovata dal tribunale di cui alla lettera a) nei termini e nei modi previsti dall’articolo 27 del codice di procedura penale;
e) prevedere che all’udienza dinanzi alla corte di appello, nei casi previsti dalla lettera b), possa partecipare un rappresentante dell’ufficio del pubblico ministero che ha richiesto l’emissione o la modifica della misura.
Articolo 27 (Delega al Governo in materia di sospensione del processo celebrato in assenza dell’imputato)
1. Il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo recante la disciplina della sospensione del processo da celebrare in assenza dell’imputato, attenendosi ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere che, quando si procede per taluno dei reati di cui all’articolo 550 del codice di procedura penale, alla prima udienza dibattimentale il giudice, salvo che l’imputato sia presente all’udienza, disponga che la citazione venga notificata all’imputato personalmente o a mani di familiare convivente quando la stessa risulti notificata in modo da non garantire l’effettiva conoscenza del procedimento;
b) prevedere che, quando la notificazione disposta ai sensi della lettera a) non risulta possibile, il giudice:
1) disponga con ordinanza la sospensione del processo, sempre che non debba pronunciare sentenza di proscioglimento o di non doversi procedere, ferma restando l’applicabilità dall’articolo 71, commi 4 e 6, in quanto compatibile;
2) disponga la separazione dei processi quando si procede a carico di più imputati e la sospensione concerne solo taluni di essi;
c) prevedere che le disposizioni di cui alle lettere a) e b) non si applichino, salvo che l’imputato provi di non avere avuto conoscenza del procedimento non per sua colpa se l’imputato, nel corso del procedimento, è stato arrestato, fermato o sottoposto a misura cautelare ovvero in ogni altro caso in cui dagli atti emerga la prova che l’imputato sia a conoscenza che si procede nei suoi confronti o che lo stesso si è volontariamente sottratto alla conoscenza del procedimento;
d) prevedere:
1) che quando l’imputato non compare alla prima udienza e non ricorrono i presupposti per ordinare la sospensione del processo, il giudice ordini procedersi in assenza dell’imputato, salva revoca dell’ordinanza se questi compare prima della pronuncia della sentenza;
2) che l’imputato presente a una udienza, il quale non compare alle udienze successive, sia considerato presente non comparso;
3) che l’ordinanza di cui al numero 1 sia nulla se il processo doveva essere sospeso ai sensi della lettera b) e che, in tal caso, il giudice disponga la sospensione del processo;
4) che nel caso previsto dal numero 3) restino validi gli atti compiuti in precedenza, ma l’imputato, se la sospensione viene revocata, possa ottenere l’ammissione di prove ai sensi dell’articolo 493 o la rinnovazione di quelle che ritiene rilevanti ;
e) prevedere che avverso la sentenza emessa in assenza dell’imputato, il difensore d’ufficio possa proporre impugnazione solo se munito di specifico mandato;
f) prevedere che la corte d’appello proceda alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nel caso in cui l’imputato, assente in primo grado, ne faccia richiesta e provi di non essere potuto comparire per caso fortuito, forza maggiore o legittimo impedimento, sempre che il fatto non sia dovuto a sua colpa; in tal caso valuti altresì il Governo l’opportunità di prevedere se, e in che limiti, allo stesso possa essere concessa la remissione in termini per formulare richiesta di riti alternativi;
g) prevedere che, nel casi previsti dalla lettera b), l’ordinanza del giudice che dispone la sospensione del processo, unitamente al decreto di citazione a giudizio, vengano trasmessi alla locale sezione di polizia giudiziaria per il successivo inserimento per estratto nella banca dati di cui all’articolo 8 della legge 1 aprile 1981, n. 121 e successive modificazioni; valuti altresì il Governo l’opportunità di prevedere, tramite le opportune modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313, l’iscrizione nel casellario giudiziale dei provvedimenti con cui il giudice dispone la sospensione del processo e la cancellazione della relativa iscrizione quando il provvedimento è revocato;
h) disciplinare le modalità di notificazione dell’ordinanza di sospensione e del decreto di citazione a giudizio da parte della polizia giudiziaria che procede al rintraccio dell’imputato nei cui confronti il processo sia stato sospeso ai sensi della lettera b), nonché di successiva comunicazione all’autorità giudiziaria procedente dell’avvenuta notificazione;
i) prevedere la sospensione del processo dinanzi al giudice di pace, quando ricorrono i presupposti di cui alle lettere a) e b);
l) stabilire che con decreto adottato dal Ministro della giustizia e dal Ministro dell’interno, siano determinate le modalità ed i termini secondo i quali devono essere comunicati e gestiti i dati relativi all’ordinanza di sospensione del processo per irreperibilità dell’imputato, al decreto di citazione a giudizio del medesimo e alle successive informazioni all’autorità giudiziaria.
Articolo 28 (Delega al Governo in materia di digitalizzazione del processo civile)
1. Il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per dare attuazione, nel processo civile, alle disposizioni contenute nel codice dell’amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 e successive modifiche ed integrazioni (di seguito denominato “CAD”), attenendosi ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere l’utilizzo obbligatorio degli ordinari strumenti di posta elettronica certificata, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, per le comunicazioni, gli avvisi e le notificazioni destinate agli uffici giudiziari, agli avvocati, agli ausiliari delle parti e del giudice ed alle amministrazioni pubbliche, anche regionali e locali;
b) dettare disposizioni per l’utilizzo del documento informatico di cui agli articoli 20, 21, 22 e 23 del CAD, in sostituzione del documento cartaceo;
c) dettare disposizioni per la formazione del documento e del fascicolo informatico di cui agli articoli 40, 41, 42 e 43 del CAD, in sostituzione degli attuali su supporto cartaceo;
d) stabilire la archiviazione centralizzata dei documenti e dei provvedimenti in attuazione dell’articolo 56 del CAD, prevedendo la possibilità di affidare, sotto la vigilanza del responsabile di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 12 febbraio 1993 n. 39, la gestione dei sistemi a soggetti esterni, cui attribuire conseguentemente la qualità di incaricato di pubblico servizio;
e) prevedere la consultazione ed accesso da remoto dei sistemi informatici di cui alla lettera d), stabilendo, per i soggetti esterni che ne hanno diritto, le modalità tecniche necessarie per assicurare, prioritariamente mediante gli strumenti di cui all’articolo 64 del CAD, la identificazione e la tracciabilità dell’accesso;
f) prevedere l’adozione di tecnologie che garantiscano in ogni caso la continuità del servizio nella gestione dei sistemi di cui alla lettera d), nonché nell’accesso agli stessi;
g) dettare disposizioni per l’accesso alle informazioni ed ai documenti di cui all’articolo 56 del CAD.
Articolo 29 (Delega al Governo in materia di digitalizzazione del processo penale)
1. Il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per dare attuazione, nel processo penale, alle disposizioni contenute nel codice dell’amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 e successive modifiche ed integrazioni (di seguito denominato CAD), attenendosi ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere, salvo quanto previsto dalla lettera b), l’utilizzo obbligatorio degli ordinari strumenti di posta elettronica certificata, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, per le comunicazioni, gli avvisi e le notificazioni destinate agli uffici giudiziari, agli avvocati, agli ausiliari delle parti e del giudice ed alle amministrazioni pubbliche, anche regionali e locali;
b) prevedere, per la fase delle indagini preliminari, specifiche modalità di comunicazione tra l’ufficio del pubblico ministero, l’ufficio del giudice per le indagini preliminari e gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, in modo da garantire la assoluta riservatezza e sicurezza della connessione, dei dati e dei documenti trasmessi, la identificazione dell’autore dell’accesso e la tracciabilità delle relative attività, anche mediante l’utilizzo di misure di sicurezza ulteriori rispetto a quelle previste dal disciplinare tecnico di cui all’allegato B del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196;
c) dettare disposizioni per l’utilizzo del documento informatico di cui agli articoli 20, 21, 22 e 23 del CAD;
d) dettare disposizioni per la formazione del documento e del procedimento informatico di cui agli articoli 40, 41, 42 e 43 del CAD;
e) prevedere una specifica e distinta regolamentazione del documento e del procedimento informatico di cui alla lettera d) per la fase delle indagini preliminari, in considerazione delle specifiche necessità di riservatezza, anche per quanto concerne la istituzione e tenuta delle banche di dati e di documenti presso l’ufficio giudiziario, stabilendo le modalità tecniche di consultazione delle predette banche di dati e documenti per i soggetti esterni autorizzati da specifiche disposizioni processuali, anche mediante sportelli polifunzionali presso il singolo ufficio, necessarie per assicurare, prioritariamente mediante gli strumenti di cui all’articolo 64 del CAD, la identificazione del soggetto e la tracciabilità dell’accesso;
f) stabilire, per la fase successiva all’esercizio dell’azione penale, la archiviazione centralizzata dei documenti e dei provvedimenti in attuazione dell’articolo 56 del CAD, prevedendo la possibilità di affidare, sotto la vigilanza del responsabile di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 12 febbraio 1993 n. 39, la gestione dei sistemi a soggetti esterni, cui attribuire conseguentemente la qualità di incaricato di pubblico servizio;
g) prevedere, per la fase successiva all’esercizio dell’azione penale, la consultazione ed accesso da remoto degli archivi centralizzati di cui alla lettera f), stabilendo, per i soggetti esterni che ne hanno diritto, le modalità tecniche necessarie per assicurare, prioritariamente mediante gli strumenti di cui all’articolo 64 del CAD, la identificazione del soggetto e la tracciabilità dell’accesso;
h) dettare, per la fase successiva all’esercizio dell’azione penale, disposizioni di attuazione e coordinamento per l’accesso alle informazioni ed ai documenti di cui all’articolo 56 del CAD;
i) stabilire, per la fase dell’esecuzione penale e della sorveglianza, nonché per i procedimenti di applicazione delle misure di prevenzione e per quelli relativi alle misure cautelari di cui all’articolo 272 e seguenti del codice di procedura penale, la archiviazione centralizzata presso strutture dell’amministrazione della giustizia di dati, documenti e provvedimenti, assicurando l’interconnessione sicura del casellario giudiziario e dei carichi pendenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002 n. 313, dell’anagrafe penitenziaria e dell’esecuzione penale esterna, del servizio informatico di cui all’articolo 97 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, della banca dati prevista dall’articolo 2-duodecies della legge 7 marzo 1996 n. 109, con gli uffici giudiziari, in modo da garantire la riservatezza e sicurezza della connessione, dei dati e documenti trasmessi, nonché l’uniformità delle informazioni oggetto di scambio per la univoca identificazione dei soggetti anche mediante l’interconnessione con il centro di elaborazione dati, previsto dall’articolo 8, della legge 1° aprile 1981, n. 121, e con il servizio di polizia scientifica;
l) prevedere l’adozione di tecnologie che garantiscano in ogni caso la continuità del servizio nella gestione dei sistemi di cui alle lettere e), f) ed i), nonché nell’accesso agli stessi.
Articolo 30 (Regolamento in materia di digitalizzazione dell’amministrazione della giustizia)
1. Il Governo è autorizzato ad adottare un regolamento, ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per disciplinare, in attuazione dei principi stabiliti dalla presente legge e delle innovazioni introdotte dai decreti legislativi, le forme del processo di cui al decreto del Presidente della Repubblica 13 febbraio 2001, n. 123, stabilendo la abrogazione della precedente regolamentazione e l’emanazione delle necessarie disposizioni di coordinamento e transitorie con le vigenti disposizioni di settore.
2. Le forme del processo disciplinate dal regolamento di cui al comma 1 sono obbligatorie dal 30 giugno 2010.
3. Il Ministro della giustizia, previa verifica della dotazione delle attrezzature da parte dell'ufficio, dispone con proprio decreto l'anticipazione del termine di cui al comma 2, anche solo per specifiche materie, in singoli tribunali o corti d’appello, sentiti i consigli dell’ordine degli avvocati dei circondari interessati.
4. Il Ministro della giustizia è autorizzato ad adottare un regolamento, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per disciplinare la tipologia e le modalità di estrazione, raccolta e trasmissione all'archivio informatico centralizzato dei dati statistici dell’amministrazione della giustizia.
5. Il Ministro della giustizia istituisce un sistema centralizzato, sotto la responsabilità del dirigente di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 12 febbraio 1993 n. 39, per la gestione delle identità dei soggetti abilitati all’accesso ai sistemi informatici e di telecomunicazione della giustizia, adottando, in via prioritaria per i magistrati ed i dipendenti dell’amministrazione, gli strumenti di cui all’articolo 66, comma 8 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 e successive modifiche ed integrazioni.
Articolo 31 (Pagamento telematico dei contributi, dei diritti e delle spese del processo civile e penale)
1 Oltre a quanto previsto agli articoli 191 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, gli uffici giudiziari utilizzano nel processo civile sistemi telematici di pagamento ovvero con carte di debito, di credito o prepagate o altri mezzi di pagamento con moneta elettronica disponibili sui circuiti bancario e postale, allo scopo di semplificare le modalità di pagamento a carico dei privati del contributo unificato, del diritto di copia, del diritto di certificato e del pagamento delle spettanze degli ufficiali giudiziari relative ad attività di notificazione ed esecuzione.
2. Nell’ambito del processo penale, per il pagamento del diritto di copia e del diritto di certificato, per il pagamento relativo al recupero delle somme per il patrocinio a spese dello Stato, per il pagamento delle spese processuali, delle spese di mantenimento, delle pene pecuniarie, delle sanzioni amministrative pecuniarie e delle sanzioni pecuniarie processuali, si utilizzano gli strumenti di cui al comma 1.
3. I soggetti preposti all’erogazione del servizio di pagamento telematico ricevono il versamento delle somme, effettuano il riversamento delle stesse alla tesoreria dello Stato e registrano in apposito sistema informatico a disposizione dell’amministrazione i pagamenti eseguiti e la relativa causale, la corrispondenza di ogni singolo pagamento, i capitoli e gli articoli d'entrata. I maggiori introiti netti, accertati a consuntivo, connessi alla riduzione del costo del servizio sono versati in conto entrate dello Stato per essere riassegnati ad appositi fondi del Ministero della giustizia per l’incentivazione del personale.
4. Il Ministero della giustizia, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, stipula apposite convenzioni a seguito di procedura di gara ad evidenza pubblica per la fornitura dei servizi e delle infrastrutture senza ulteriori oneri a carico del bilancio dello Stato.
Articolo 32 (Delega al Governo in materia di elezione dei vice procuratori onorari presso il giudice di pace)
1. Il Governo è delegato ad adottare un decreto legislativo recante norme in materia di elezione dei vice procuratori onorari presso il giudice di pace, nel rispetto della normativa contenuta negli Statuti delle Regioni a statuto speciale.
2. La riforma realizza il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti, anche mediante l’accorpamento in un unico testo normativo.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere che, nei limiti dei posti previsti dalla pianta organica vigente, vengano formati un ruolo ed una pianta organica dei vice procuratori onorari delegati allo svolgimento delle funzioni del pubblico ministero nei procedimenti penali davanti al giudice di pace ai sensi dell’articolo 50 del Decreto Legislativo 28 agosto 2000, n. 274;
b) prevedere che i vice procuratori onorari facenti parte del ruolo di cui alla lettera a) siano nominati, nell’ambito di ciascun distretto di corte d’appello, dal Consiglio Superiore della Magistratura, su proposta dal Consiglio Giudiziario, tra i candidati eletti dai magistrati in servizio nel distretto, dagli iscritti negli ordini degli avvocati del distretto, e dai professori in materie giuridiche delle università del distretto;
c) prevedere che in ciascun distretto di corte d’appello il numero dei vice procuratori onorari da nominare sia pari alla dotazione organica prevista dalla legge;
d) prevedere che il procuratore generale presso la Corte d’Appello, almeno sei mesi prima che si verifichino le previste vacanze nella pianta organica di cui alla lettera a), provveda ad indire le relative elezioni, con provvedimento da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e da rendere noto mediante idonee forme di pubblicità, anche tramite mezzi informatici;
e) prevedere che la candidatura debba essere presentata, entro sessanta giorni dalla pubblicazione del provvedimento di cui alla lettera d), presso il Consiglio Giudiziario della corte d’appello nella quale l’aspirante intende esercitare le funzioni, allegando la documentazione idonea a comprovare il possesso dei requisiti richiesti per la nomina e dichiarando che non sussistono le cause di incompatibilità previste dalla legge;
f) prevedere criteri oggettivi di composizione dell’ufficio elettorale;
g) prevedere che sia possibile candidarsi in un solo distretto di corte d’appello;
h) prevedere che i candidati debbano possedere i requisiti stabiliti dall’articolo 42 ter del Regio Decreto 30 gennaio 1941 n. 12;
i) prevedere che si applichino ai vice procuratori onorari di cui alla lettera a) in quanto compatibili, le medesime cause di incompatibilità previste dal vigente ordinamento per i magistrati ordinari;
j) prevedere che l’ufficio elettorale, acquisita la documentazione prodotta dal candidato attestante il possesso dei requisiti di cui alla lettera h) e ogni ulteriore elemento di valutazione della idoneità all’esercizio della funzione giurisdizionale, dia pubblicità delle candidature presentate, anche mediante mezzi informatici, provvedendo altresì alla pubblicazione del curriculum di ciascun candidato;
k) prevedere che l’elezione abbia luogo con un’unica votazione e che risultino eletti i candidati che hanno riportato il maggior numero di voti, determinando criteri oggettivi per la formazione di una graduatoria in caso di parità di voti;
l) prevedere che l’ufficio elettorale proceda a convalidare l’elezione, ad approvare la graduatoria degli eletti e ad adottare i provvedimenti di decadenza per l’ipotesi di insussistenza dei requisiti di eleggibilità e di incompatibilità;
m) prevedere le modalità di ricorso, davanti al giudice amministrativo, avverso le decisioni rese dall’ufficio elettorale;
n) prevedere che i candidati nominati scelgano la sede di servizio nel distretto di corte d’appello in base all’ordine della graduatoria e siano nominati con decreto del Ministro della Giustizia, previa deliberazione del Consiglio Superiore della Magistratura;
o) prevedere che il magistrato onorario chiamato a ricoprire le funzioni di vice procuratore onorario dinanzi al Giudice di Pace assuma il possesso dell'ufficio entro trenta giorni dalla data di nomina;
p) prevedere che, quando il magistrato cessa dalla carica per qualsiasi ragione, il Consiglio superiore della magistratura deliberi la sostituzione con altro dei soggetti eletti;
q) prevedere che la carica abbia una durata di cinque anni ed il candidato possa essere rieletto una sola volta;
r) prevede che sei mesi prima del termine del mandato e, in ogni caso, all’esito della cessazione della carica il consiglio giudiziario presso la corte d’appello, integrato da due rappresentanti eletti dai vice procuratori onorari del distretto, rediga una relazione sull’attività giurisdizionale svolta, con la formulazione di una valutazione circa l’idoneità all’espletamento di funzioni giudiziarie basata sulla quantità e qualità del lavoro svolto, sull’aggiornamento professionale, sull’equilibrio e sulla capacità di organizzazione del lavoro dimostrati;
s) prevedere che i vice procuratori onorari che siano stati negativamente valutati ai sensi della lettera r) non possano presentare nuovamente la propria candidatura;
t) prevedere che il vice procuratore onorario previsto dalla lettera a), durante il periodo del mandato, non possa svolgere la professione di avvocato, anche in forma associata, nella sede in cui svolge le funzioni giudiziarie;
u) prevedere che il vice procuratore onorario sia tenuto all’osservanza dei doveri previsti per i magistrati ordinari ed abbia inoltre l’obbligo di astenersi, oltre che nei casi contemplati dal vigente ordinamento processuale, in ogni caso in cui abbia avuto o abbia rapporti di lavoro autonomo o di collaborazione con una delle parti o dei loro difensori;
v) prevedere che si applichino al vice procuratore onorario, in quanto compatibili, le disposizioni in materia di procedimento e sanzioni disciplinari previste dall’ordinamento giudiziario per i magistrati ordinari, e che l’azione disciplinare possa essere promossa dal Ministro della giustizia e dal procuratore generale presso la corte d’appello del distretto di appartenenza;
w) disciplinare la durata dell’incarico dei vice procuratori onorari in servizio alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi della presente delega;
x) prevedere che i compensi spettanti ai vice procuratori onorari facenti parte del ruolo di cui alla lettera a), siano determinati in misura pari a quella prevista dalla normativa vigente.
Articolo 33 (Disposizioni comuni relative alle deleghe legislative conferite al Governo)
1. I decreti legislativi previsti dagli articoli 25, 26, 27, 28, 29 e 32 sono adottati entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, e successivamente trasmessi al Parlamento, ai fini dell’espressione dei pareri da parte delle Commissioni competenti per materia che sono resi entro il termine di trenta giorni dalla data di trasmissione, decorso il quale i decreti sono emanati anche in mancanza dei pareri. Qualora detto termine venga a scadere nei trenta giorni antecedenti allo spirare del termine previsto dal primo periodo o successivamente, la scadenza di quest’ultimo è prorogata di sessanta giorni.
2. Nella stesura dei decreti legislativi il Governo tiene conto delle eventuali modificazioni della normativa vigente comunque intervenute fino al momento dell’esercizio della delega.
3. I decreti legislativi di cui al comma 1 contengono, altresì, le disposizioni necessarie al coordinamento con le altre norme legislative vigenti nella stessa materia.
4. Entro diciotto mesi dall’entrata in vigore dell’ultimo dei decreti di cui al presente articolo, possono essere emanati uno o più decreti correttivi ed integrativi con il rispetto del procedimento di cui al comma 1.
Capo VIII
Disposizioni transitorie e finali
Articolo 34 (Disposizioni transitorie)
1. Le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 1, lett. a), hanno efficacia a decorrere dalla data del 30 giugno 2010.
2. Le disposizioni previste dall’articolo 6, comma 1, lettera f), si applicano ai soli procedimenti per iscritti sul registro delle notizie di reato in epoca successiva alla data di entrata in vigore della presente legge.
3. Le disposizioni di cui all’articolo 7 si applicano ai reati in ordine ai quali è stata acquisita notizia in data successiva a quella di entrata in vigore della presente legge.
4. Per le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno accertato la violazione delle disposizioni di cui all'articolo 6, paragrafo 3, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, divenute definitive prima dell’entrata in vigore della presente legge, la richiesta di revisione ai sensi dell’articolo 630-bis del codice di procedura penale è presentata, a pena d’inammissibilità, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. Decorso il termine di cui al periodo che precede, la pena o la misura di sicurezza la cui esecuzione sia stata sospesa dal giudice a seguito della pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo viene in ogni caso messa in esecuzione.
5. Le disposizioni di cui all’articolo 291, comma 1-ter, del codice di procedura penale, così come introdotto dall’articolo 3, comma 1, lett. c), non si applicano alle richieste di misura cautelare presentate in data anteriore a quella di entrata in vigore della presente legge.
6. In sede di prima applicazione, l’istanza di cui all’articolo 2, comma 3-quinquies, della legge 24 marzo 2001, n. 89, così come introdotto dall’articolo 24, comma 1, lett. a), n. 2, è depositata entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.
Articolo 35 (Copertura finanziaria)
1. Agli oneri derivanti dall’attuazione delle disposizioni riguardanti la digitalizzazione del processo civile e del processo penale si provvede mediante l’utilizzo dei fondi già disponibili destinati al finanziamento del programma di interventi per l’innovazione digitale oggetto del protocollo di intesa tra il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione ed il Ministro della giustizia, sottoscritto in data 26 novembre 2008.
Articolo 36 (Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.